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Rosa Panaro bibliografia

Gli Artisti > Rosa Panaro

ROSA PANARO
Bibliografia

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ARTISTI

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE ESSENZIALI:

Nostro tempo - Vie Nuove - Oreste Ferrari, catalogo della mostra «Prospettive 4», Roma 1969;
Luciano Caruso, Manifesto per la personale al Teatro ESSE, Napoli ‘69;
Nicola Spinosa, in catalogo VII Rassegna d’Arte del mezzogiorno, Napoli 1972;
F. Menna, Operazione Vesuvio, Galleria Il Centro, Il Mattino, Napoli 1972;
C. Ruju, Possibile ipotesi per una storia 1950/70 dell’avanguardia artistica napoletana Ed. Art. Napoli 1972;
Cesare Vivaldi, Pves. Personale al Centro Europa, Napoli 1973;
Gino Grassi, «Rosa Panaro e A. Pedicini» in «Il Roma», Napoli 1973;
F. Menna, «Panaro e Pedicini al Centro Arte Europa», Il Mattino, Napoli 1973;
« Il Complesso di Michelangelo»; La Nova Foglio ed. Roma 1975;
F. Piemontese, Una mostra di Rosa Panaro, L’Unità 16/4/74;
G. Grassi, « Napoli che deve cambiare », presentazione al catalogo;
P. Ricci, «L’Unità» 16/4/74;
G. Grassi, «Napoli che deve cambiare» presentazione al catalogo;
P. Ricci «Collettiva alla Gallaria Colonna», L’Unità 2/11/74;
G. Grassi, Del Vecchio, Persico, Scolavino, Panaro e Romualdi - Il Roma, Aprile ‘74;
L. Caruso, «Rosa/Rosae» con una testimonianza di E. Bugli, Galleria Carolina, Portici, 1974;
G. Grassi, E. Bugli e Rosa Panaro - Il Roma «L’Avanguardia a Napoli - documenti 1945», 1972
E. Crispolti, «Arti visive e partecipazione sociale», De Donato, Bari 1977;
U. Piscopo, «Rosa Panaro», Paese Sera, 11/4/1978;
Biennale di Venezia, presentazione al catalogo, Federica di Castro, Venezia 1978;
M. Roccasalva, «Rosa Panaro all’Arte Sud di Scafati», Paese Sera 18/4/1978;
A. Del Guercio, «Forme nel tempo, Otto scultori dal 1950 ad oggi», nel catalogo della mostra, Galleria Numero Sette, 1979;
V. Vorbi, «Scultori a Napoli», Il Mattino, Napoli 19/5/1979;
«Metamorfosi in Lilith», Personale con presentazione al catalogo di E. Crispolti , L.P. Finizio, F. Menna, L. Capobianco;
G. Grassi, «Quotidianità e mito nella scultura di R. Panaro», Napoli Oggi, Napoli 23/3/82;
M. Bonuomo, «Le nuove occasioni di Rosa», Il Mattino 2/4/82;
Massimo Bignardi, pres. al catalogo, Napoli 82 quasi una situazione, 82;
E. Caroli, «Le Arti ‘84», Napoli City, febbraio 1984;
L’Unità, 17/11/198;
V. Corbi, Paese Sera, 1984;
«La pelle del serpente» personale con presentazione al catalogo di Ela Caroli;
Arcangelo Izzo, Napoli Notte 21/1/84;
«Terzocchio n. 4» (33);
Tommaso De Chiaro, «Aspetti della terracotta italiana - L’impassibile naufrago, Le riviste sperimentali a Napoli negli anni 60/70», ed. Guida Napoli, 1986;
Arte oggi in Campania a cura di L.P. Finizio e M. Vitiello, ed. Fabbri, 1986;
Donnapoli, testi crtici di A. Calabrese, ed,. Lions/86;
L’Araldo 3/10/87, N. Hristodorescu, «Scultura e Materiali»; M. Maiorino, pres. al Catalogo - «Cronache»; M. Bignardi, «Il Presepio secondo Rosa Panaro», R. Calabrese, G. Grassi;
Casa Amica ‘88, Trombetta, Flash Art News. Estate ‘88
Cartax Carta, Simonia Weller ‘88;
Progetto Morcone, E. Crispolti ‘88;
Donne-Arte a Napoli, Elia Caroli, Napoli Scultura ‘83, V. Corbi, G. grassi, A. Izzo, «Artemisia», G. Grassi.


Opere consultate, cataloghi, riviste
Enciclopedia Universale dell’arte,
Fondazione Cini, diretta da G.C. Argan. Per le voci:dal Cubismo ad oggi, Voli. IV e V. Volume di aggiornamento: Informale, Nuovo Realismo, Pop Art, Neodada, Arte di comportamento, Arte Minimale Concettualismo.
Il Cubismo nella scultura, a cura di Nicole Barbier.
Herbert Read,
Scultura Moderna, G. Mazzotta Editore, 1964-68.
Werner Haftman,
L'oggetto e la sua metamoifosi, A.G.F. Milano, 1972.
T. Maldonado,
Avanguardia e Razionalità, Einaudi, 1974.
E. Panofsky,
Galileo Critico delle arti, Cluva Ed. Venezia, 1985.
R. Barthes,
L’ovvio e l’ottuso, Einaudi, 1985.
Cataloghi della Biennale di Venezia, 1982-86-88.
3a rassegna d’arte del Mezzogiorno, Palazzo Reale, 1967-68.
R. Longhi,
Leoncillo, Firenze, 1949. Da Cirnabue a Morandi, A. Mondadori, 1983.
Arcangelo Izzo,
Su Marcel Duchamp, Framart 1976; Dipingere rotondo, Arsenali di Amalfi, 1985; Atti Convegno, La forma del tempo nell’arte, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Maggio 1985.
Corbi/Menna:
Di Ruggiero, Viaggio nella luce, Ed. Lo Spazio, 1982.
Gianni Pisani,
Catalogo Mostra Museo Pignatelli, 1979.
I macchinesimi di Mario Persico. Edizioni La scena territoriale, 1982.
Carlo Alfano,
Camera. Museo di Capodimonte, Ed. Incontri Internazionali d’Arte di Roma e Napoli, 1988.
Marcatre, 14/15, 1965; numero quadruplo, 1966.







Critica tratta dai cataloghi delle mostre:



Questi frutti giganteschi di Rosa Panaro, così verosimili eppure così clamorosamente e dichiaratamente artefatti, apologia della morte dell'oggetto attraverso l'imbalsamazione dell'oggetto stesso, nonostante (forse) la volontà stessa dell'artista hanno una carica di. vitalità prorompente, direi quasi rabelaisiana. L'oggetto è imbalsamato, come per essere collocato in una campana di vetro, ma non sterilizzato: questo il punto. La fissità della morte è assente da esso, così umanamente ricco di fremiti nella sua materia, la cartapesta, popolare e rustica e insieme raffinatissima, che Rosa Panaro ha riesumato da ancestrali ricordi di Santi di chiese contadine, goffamente e pateticamente e allegramente smaglianti tra le volute dell'incenso.La Panaro usa la sua materia strettamente per quel che è e per quel che vale, senza ricoprirla (come nelle cartapeste popolari) di pesanti smalti colorati ma lasciandola grezza; strizzando l'occhio cioè al gusto materico cui ci ha ormai abituato l'arte contemporanea. Il suo recupero dell'arte popolare è quindi puramente allusivo, direi che è un modo per riconoscere le proprie radici napoletane e barocche e insieme per allontanarsene, accettandole in quanto suggestione ma purificandole con violenza, esorcizzandole. La nuda carta pressata e plasmata che nell'arte popolare serviva in pratica da supporto al colore, qui è messa in piena luce, ostentata; rifiutando di abbellirla la Panaro ne scopre l'inedita bellezza che pure (appunto per allusione) è implicitamente carica di tutte le bellurie che la fantasia popolare e artigianale aveva escogitato in passato. Ed è proprio tanto peso di ricordi, di vasti rimandi culturali, a vivificare e levitare questi macroscopici relitti mummificati di una prodigiosa, cananitica estate.La Panaro ha raggiunto, con queste opere recenti, dei risultati davvero persuasivi, bloccati in un linguaggio tanto ricco di riferimenti quanto essenziale e «povero», totalmente maturo.

CESARE VIVALDI





Si chiama «Mitilomania» (col sottotitolo «Cozze salvate e preservate») l'ultima mostra di Rosa Panaro, allestita allo studio Ganzerli (via C. De Nardis 24-a). L'artista - presentata al catalogo da Felice Piemontese con una poesia visiva presenta la sua produzione più recente, dominata dall'idea della cozza, del mitile, delle varie specie marine caricate di significati allusivi, ironici e polemici, su cui abbiamo già richiamato l'attenzione recensendo una precedente mostra della Panaro a Portici. La mostra si chiude oggi.






Rosa Panaro all'Art-Sud di Scafati

Rosa Panaro espone in questi giorni alla galleria Art-Sud di Scafati. Fra le poche donne che operano seriamente a Napoli nel campo dell'arte, questa artista occupa una posizione autonoma, soprattutto per il fatto di aver saputo reinventare una tecnica basata su una costante e laboriosa ricerca e sull'impiego di un materiale che pur essendo popolaresco e fragile e provvisorio per definizione, riesce a sostenere dignitosamente i simboli che vi sono tradotti. La scultrice, infatti, lavora con estrema abilità la cartapesta, dalla quale sa trarre forme plasticamente compiute e ricche di significato simbolico, come testimoniano le gigantesche sculture dei pesci, della noce, del melograno e della pannocchia. Inizialmente ha lavorato esclusivamente sui simboli, che esprimono i significati della sessualità maschile e femminile, della fecondità e di una creatività tutta terrestre. In questa fase della sua ricerca, tra forma significante e cosa significata, esisteva un rapporto concettuale immediato e diretto, che implicava una loro rispondenza automatica e quasi una loro identificazione. Il simbolo, in questo caso, aveva un carattere quasi magico, di valore assoluto ed esclusivo e di unicità riassuntiva, che denotava una certa analogia con la poetica di Redon. Ma mentre nel grande simbolista francese i fiori giganteschi e umanizzati evocano stati d'animo indistinti e inafferrabili, la Panaro è immediata ed esplicita.La sua assoluta originalità di invenzione in cui linguaggio e significato sono strettamente connessi, fa sì che la Panaro non possa essere facilmente rapportabile a nessuna tipologia acquisita, perché pur assumendo le modalità del simbolismo, essa non ha inteso reagire a nessun naturalismo, e se ha evocato delle realtà interiori, lo ha, fatto proprio attraverso-le forme più naturali, come luogo di attuazione di miti e di archetipi. E se ora la Panaro ha abbandonato la «poesia pura» per l'allegoria, essa non intende perseguire quel sublime retorico al quale tendevano, ad esempio, i Preraffaelliti.La sua ricerca, invece, è tutta orientata sul simbolo quotidiano, sul simbolo, cioè, che come afferma Bachelard «è il pane quotidiano per ogni artista». Essa pensa l'oggetto in profondità, perchè nell'oggetto il simbolo, più che non la forma, esprime l'essere del mondo, e i suoi simboli servono da segni alla materia, sono essi a far sì che la materia esista nell'architettura dei segni. Tuttavia, man mano che l'artista si addentra nella sua ricerca, e nuove problematiche si fanno strada nella sua coscienza di femminista, al simbolismo puro sta succedendo una certa suggestione per la metafora e la narrazione, che in qualche caso, come nel lavoro sui falli maschili e sulla pizza attraversata dal coltello, sembrano degenerare in «boutade» e in una voluta trivialità. Il simbolo, qui, non ha più il significato di archetipo, ma sottende una realtà contingente, complicata da continui rinvii alla condizione della donna. Ora, in un certo senso la poetica tende a trasformarsi in polemica. Certo, la Panaro oggi sente molto pressante la spinta alla lotta femminista, ma mentre avanza nella conquista di una più matura consapevolezza di donna, non deve permettere all'artista di talento che è in lei di porsi in secondo piano rispetto a certe problematiche.Certo l'artista più che ogni altro vive il proprio tempo, ma quando le realtà contingenti eccedono la loro essenza, si corre il rischio di produrre arte di valore documentario, non poetico.

m. r.

Rosa Panaro

AL CENTRO Sud Arte di Scafati (tr. Morlicchio), è stata inaugurata, il 1. aprile una mostra di lavori di Rosa Panaro, uno dei temperamenti più vivaci nella vita culturale napoletana dei nostri giorni, particolarmente reattivo nella lotta alla vecchia civiltà patriarcale e fallocratica. Ed è naturalmente su questo versante che ancore una volta la Panaro ribadisce il suo discorso, attraverso le sue polemiche scritte scagliate, su un ampio ventaglio, contro i soprusi della storia, attraverso la riappropriazione da parte femminile del diritto d'espressione al di là di ogni codice e di ogni didatticismo di impianto maschilista, attraverso 1'enfatizzazione metaforica di immagini e di simboli connessi alla sessualità, attraverso la più generale collaborazione all'ipotesi di una nuova cultura, che, secondo l'esplicitazione gramsciana di un insegnamento de sanctisiano, è condizione per la; nascita di una nuova sensibilità, ma anche di nuovi comportamenti.

Ugo Piscopo




Giocare col Mondo

Qui parleremo di gioco. Solo di gioco. Di quell’attività, estremamente seria, che è alla base di un qualsiasi concetto di esistenza. Questo sarà pure il modo di avvicinarsi alle opere della Panaro. alle sue opere in generale come a quelle che in particolare presenta qui in questa mostra. Il gioco sarà pure un modo per comprendere tutto un percorso interno all’operare artistico, perché da sempre e in una misura particolare in questo ultimo secolo l’attività ludica è stata al centro della creazione estetica in generale. E non è certo un caso se, dall’antichità classica ai nostri giorni, schiere di pensatori si siano esercitati su questo concetto: da Aristotele a Kant, da Schiller e Novalis a Froebel e Groos, a Wittgenstein, a Marcuse, a Capitini; senza contare poi che quasi tutti i movimenti artistici novecenteschi si sono richiamati in modo più o meno esplicito a questa forma di comportamento: dalle avanguardie storiche (i riferimenti al gioco sono essenziali per Futurismo, Dadaismo e Surrealismo) alle neo-avanguardie, dal Situazionismo (ultima avanguardia) al New-dada statunitense, al concettuale e all’arte povera. Ma tutta questa è storia recente, che possiamo ripassare in un qualunque manuale.Quello che a me interessava, invece, era riflettere proprio sull’essenza di questo comportamento in relazione alle opere di Rosa Panaro.In fondo, cos’è il gioco e perché lo tiro in ballo per queste opere? Certo, il riferimento più immediato è proprio al New-dada, come si disse in quegli anni (parliamo dei lontani ormai - usando un linguaggio giornalistico - anni Sessanta). Allora fu Baj, se non ricordo male, a tirare fuori questa etichetta in un articolo per il Marcatrè. In quell’articolo, addirittura, la stessa città di Napoli veniva vista e vissuta come un immenso monumento pop. E cosa altro sono le opere della Panaro se non monumenti a questa città e alla sua cultura. Ecco la parola fatidica. Ma per comprendere meglio, volendo evitare di abbandonarsi ai certamente più confortevoli luoghi comuni, occorre risalire per un po’ alle origini del concetto di gioco, perché è questo stesso concetto che dialoga con il senso di quella che chiamiamo "cultura". Basta riflettere su quella necessaria omofonia che si viene a creare tra certi termini del greco antico: paidia, paideia. E come se attraverso il suono delle parole noi potessimo comprendere le ragioni profonde che sottendono determinati movimenti essenziali. Il gioco diventa, perciò, quella forma dell’anima che solo dai fanciulli si lascia pienamente raggiungere e afferrare. Essa è la base dell’educazione di qualsiasi complesso vivente organizzato. Non è un caso ancora, dunque, se quei termini prima evocati abbiano una radicale comune, la stessa che si trova nella parola greca per "fanciullo". E cos’è il fanciullo se non un archetipo (forse l’archetipo) fondamentale della nostra cultura (della nostra come di altre)? Basti pensare ancora una volta al Natale e a tutte le sue profonde significazioni: l’avvento del fanciullo, così come fanciulli erano, nell’antica Grecia, i danzatori delle dionisiache dell’Attica. Cristianesimo e paganesimo si incontrano nella maggiore festa che segna il genetliaco di due divinità fondamentali per due culture: il 25 dicembre, periodo del solstizio d’inverno, momento in cui il freddo fa divèntare limpido il vino, segna la nascita di due fanciulli. Il mito e la storia si incontrano. Così come si incontrano in quelle operazioni della memoria che costituiscono una traccia per l’arte della Panaro. E questo è quanto il Natale diventa nella sua narrazione per antonomasia, il presepe: una delle modalità attraverso cui una cultura rende conto di se stessa. E di fatti, secondo la tradizione, sul presepe si trova di tutto, dai personaggi storici a quelli mitologici, ai nuovi miti. Addirittura ho saputo dell’esistenza di un presepe pubblico, in quel di Scafati, in cui si condensa tutta la storia dell’Occidente, dal mito di Ulisse ai giorni nostri. E questo è ciò da cui prende le mosse pure l’opera della Panaro. Ella, in fondo, fa affiorare la densità millenaria del vissuto di questa città, da sempre sopravvissuta a se medesima e ai ricordi di sé. La sua, allora. può certamente essere vista come un’operazione tutta interna alla distorsione storiografica, a quella particolare distorsione che si pratica già ad un livello inconsapevole (ma fino a che punto, poi?) nelle filastrocche e negli indovinelli, in tutte quelle forme cioè di appropriazione diretta, intesa come pratica d'uso, degli oggetti del mondo come della storia, costantemente esilarati nel loro impiego quotidiano.Quello che queste opere raccontano è lo sberleffo che da sempre la civiltà, come voce popolare, rivolge al potere. Come ordine costituito di linguaggio e strutture sintattiche codificate. Esse raccontano e mimano questo stesso sberleffo, in quell’unità di espressione, di mimesis in quanto racconto, che, fin dalla loro comparsa. le avanguardie hanno saputo raggiungere.

Dario Giugliano












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