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Mario Schifano critica

Gli Artisti > Mario Schifano

MARIO SCHIFANO
Critica

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ARTISTI

ANTOLOGIA DELLA CRITICA:

Achille Bonito Oliva

Il cerimoniale aggiunto, BoxArt Galleria d'Arte, Verona, 2002


"Mario Schifano elimina dall'immagine il carattere naturale, pittura o fotografia. La fotografia in particolare diventa uno strumento di mobilità concettuale che evita qualsiasi identificazione dell'artista con l'opera e dell'arte con il mondo. La superficie diventa il campo di apparizione iconografica su cui si intrecciano l'occhio meccanico dell'obiettivo fotografico e la pulsione della mano che segna la foto. Schifano dunque opera come sempre in una doppia direzione. Più che il grande senso della storia, generalmente catturata attraverso la pittura, con le polaroid invece egli cerca di restituirci gli attimi fuggenti della vita telematica, le pulsazioni di una cronaca sfaccettata e multiculturale. L'artista multimediale in questo caso vive molti climi culturali, transnazionali, policromatici e poliglotti. Sempre comunque produttivi di un costante presente che rifugge la nostalgia del passato e piuttosto cerca di sospettare i segnali del futuro.La fotografia istantanea nella sua frammentarietà tenta comunque di dare un'idea di totalità, sistematicamente attenuata da un'irruzione ironica che distanzia il pathos della rappresentazione. Il tema costante, documentato anche da questa mostra, è quello della relazione dell'artista col mondo che lo circonda, una spaziotemporalità pulsante di immagini, suoni, forme e colori.Così la fotografia in Mario Schifano ormai ha varcato il guado e non può più essere considerata un linguaggio subalterno dell'arte. L'occhio meccanico e obiettivo della macchina fotografica non ha alcun automatismo che lo obbliga a coniugare la stessa ottica, ma è aperto a molti stimoli e memorie che gli consentono ormai variazioni e spostamenti.Comunque resta il fatto che qui la fotografia tende sempre a sottrarre un dato alla realtà delle sue relazioni d'insieme (il flusso catodico) e consegnano alla definitività dell'attimo e dell'istantaneità.La fotografia dunque effettua come uno strappo delle cose, una riduzione di superficie attraverso cui affiorano persistenze e residui di profondità. L'occhio del fotografo Schifano parte da una pratica costante, che è quella dell'assedio, di uno sguardo circolare per poi passare a un affondo che viviseziona il panorama di insieme e estrapola il particolare. Velocità e congelamento sono le polarità entro cui si muove la fotografia.

La velocità è dettata dalla necessità di passare in rassegna il campo visuale d'insieme, su cui scorre l'occhio prensile del fotografo.Il congelamento è il portato della scelta e della preferenza denunciata dalla inquadratura che stabilisce così il bordo della visione, il confine che separa e privilegia il dettaglio. In questo senso la fotografia è un esercizio linguistico, in quanto determina un oscuramento delle parti non messe a fuoco dall'obiettivo e lasciate fuori dall'immagine, col conseguente abbagliamento del dettaglio privilegiata.Mario Schifano ha capito che il linguaggio dell'immagine fotografica non si discosta da quello delle altre arti. L'arte in generale è sempre pratica splendente di un'ambiguità senza soste, il linguaggio dell'arte non parla mai direttamente e frontalmente del mondo ma lo coniuga sempre obliquamente e trasversalmente. Insomma egli ha capito che anche la fotografia, che tradizionalmente sembrava porsi frontalmente rispetto alle cose come pura registrazione, possiede invece un occhio obliquo e laterale che guarda le cose e le riflette modificate di segno, spostate in un altro luogo.Mario Schifano ha compreso che la fotografia lavora nella direzione del ready-made, dell'oggetto bello e fatto, che comunque non resta mai tale dopo il suo spostamento sulla pelle della pellicola.Il taglio che il fotografo effettua, costringe il dato ad approdare a una sua involontaria assolutezza, confinante con una splendente e esibita solitudine che annulla ogni realtà confinante, riducendola a puro sospetto visivo, cioè a fantasma che si può soltanto ipotizzare.Il fantasma in questione è quello telematico, l'immagine di un territorio televisivo entro cui l'artista ha scelto di abitare stabilmente. Il metalinguaggio ha sempre sostenuto la sensibilità di Mario Schifano che ha avuto con le tecniche di riproduzione meccanica dell'immagine un rapporto flessibile e leggero, quasi orientale.Ma anche segnato dall'euforia impaziente che dava mobilità ad un occhio volubile e cannibalesco, pronto a catturare i dintorni televisivamente esterni, transitanti negli interni del suo spazio domestico.Ma l'occhio è sempre accompagnato dalla febbrilità della mano, continuamente in esercizio. Da qui la coazione a segnare migliaia di fotografie con la griffe della sua pittura.Così le stimmate di Mario Schifano slittanti e mai geometriche segnano anche il campo della fotografia, per un nomadismo creativo capace di lasciare piccole tracce, anzi minime. Un cortocircuito tra interno ed esterno, finestra del mondo e occhio fotografico, tubo catodico e fisiologia di una mano sempre graziosamente mpulsiva.

Scorrevole e delicato il passaggio sul mosaico di fotografie disposte in migliaia di esemplari, esemplificazione moltiplicata di un tassello infinitamente bidimensionale su cui scorre velocemente l'artista con la sua mano e l'occhio dello spettatore col proprio sguardo.Sotto la mano dell'artista, prima, e l'occhio dello spettatore, dopo, transitano immagini appartenenti al campo affettivo e a quello sociale, in cui un intreccio tra il sentimentale e l'esplorativo, secondo una frequenza volubile di tempo e spazio. Schifano si conferma artista totale, produttore di un'arte istantanea che sintetizza nell'occhio e la mano uno spaccato di vita senza soluzione di continuità.Un eclettismo stilistico guida l'occhio o regge la mano di Mario Schifano che non si identifica mai con l'oggetto o il personaggio televisivo sottratto dal piccolo schermo e miniaturizzato sulla superficie della Polaroid con un cerimoniale aggiunto, una svelta decorazione pittorica che sigilla l'immagine.L'assemblaggio visivo avviene fuori da qualsiasi ordine progettuale, ma segue il dettaglio di un accumulo che genera ogni volta un diverso statuto iconografico.è lo stile dunque a determinare la realtà dell'arte che non si mette in competizione col mondo ma stabilisce un accento di originalità. Sorprendente e leggero."



Achille Bonito Oliva

Estratto da:
Il pianeda delle immagini "dinosaure", BoxArt Galleria d'Arte, Verona, 2001

"L'arte di Mario Schifano è vincolata ad un lavoro strettamente pittorico, teso allo ripresa di segni elementari ed evocativi, vicini ad una sensibilità che si esprime mediante un linguaggio animistico. L'artista romano elimina dall'immagine il carattere naturale, quella componente di proliferazione naturale che ha sempre accompagnato l'espressionismo. Lo stile qui è un fattore di mobilità concettuale che evita qualsiasi identificazione dell'artista con l'opera e dell'arte con il mondo, La manualità trova una sua linea di movimento all'interno di una struttura segnica che privilegio la forma organica, il rimando alla figura disposta in un campo visivo, privato da qualsiasi sfondo o paesaggio.La superficie piatta del quadro diventa il campo bidimensionale entro cui si muovono le forze interiori dell'immagine, costruita senza punti privilegiati o di riferimento, che slitta così sulle verticali ed orizzontali, in una secessione di linee che tendono verso il disegno e l'enunciazione elementare. I segni descrivono un universo in cui subiscono continue simbiosi, articolazioni in forme primarie, geometriche ed antropomorfe, capaci di esprimere una sorta di impersonale intensità.Qui più esattamente la cultura mediterranea trova un incontro con la cultura nordica. Schifano tempera le sue radici mediterranee con il clima di una diversa impostazione. Se le sue radici gli permettono un rapporto continuo e non negativo con la natura, l'aria nordica, in cui egli le cala, dà una vibrazione che produce una sorta di antropomorfizzazione della natura stessa.31 recinti di pittura, formato 51 x 73 cm, trattengono dentro il proprio perimetro figure animali allo stato brodo, per l'esattezza dinosauri che riappaiono sotto i nostri occhi vivi e ammiccanti dopo un sonno millenario, anzi della preistoria."Figure dinosaure" sono queste che fondono 31 riquadri d'un emozionante zoo dell'immagine aperto al nostro sguardo e nello stesso tempo delimitato nel suo formato. Aperto e chiuso diventano le dimensioni entro cui scorrono felici, slittando sulla superficie pittorica, i dinosauri di Schifano più che domatore d'animali evocatore di una libertà naturale indicata come modello della fantasia per l'uomo nella società di massa spinto verso il futuro e incapace di recuperare il grande passato della storia del nostro pianeta.Schifano opera nella doppia direzione.

Ma più che il grande senso della storia, egli cerca di restituire con la pittura il grande respiro che regge la natura, il senso di un movimento incessante, che produce nuove forme e anche separazione, unione e solitudine.L'artista ha vissuto vari climi culturali, quello italiano e quello americano, ma ha sempre mosso la sua opera nella direzione di una ricerca delle proprie radici, non mitiche e immobili di un passato irrecuperabile, bensì quelle di un sentimento del mondo che riesce a sopportare il peso di una condizione separata. L'arte è campo magnetico in cui è possibile il movimento incessante verso l'impossibile unità, il luogo di un'inclinazione dei corpi e delle ombre ad assumere posizioni aperte a nuovi incontri: dei dinosauri con la pittura e l'uomo.Le figure sono scondite con una forza scultorea che ne evidenzia la posizione e ne mette in risalto la separazione con il contesto, Uno spazio costruito per accumulo fantastico di figure e situazioni che rovesciano l'ordine codificato, poggiante sulla distribuzione gerarchica delle presenze. L'ordine sociale spaziale di questa pittura è invece associativo ed arbitrario, ossessivo e stridente. In tal modo la pittura destruttura la realtà, la libera del suo ordine paralizzante per conferirle una agitazione che produce in essa impulso e precipitazione. Non esiste sfondo e primo piano, gradazioni utili per una rappresentazione naturalistica. Il racconto segue il dettato di un immaginario infiammato di passione che però non vuole accettare il supino ordine, che produrrebbe un ribaltamento simmetrico di vecchie gerarchie. L'espressionistica velocità pittorica di Schifano brucia le antiche scorie della soggettività, per piegarsi ad un'immagine catastrofica che accumulo nel suo percorso vitali incidenti.Mario Schifano opera attraverso una pittura che trova il suo equivalente letterario nel ditirambo, rapportato alla figura di Dionisio, metafora della rigenerazione, della ciclicità della vita e della natura stessa, presa come campo di metamorfosi e trasformazione perenne. La pittura è lo strumento attraverso cui l'artista crea una propria dignità, il ruolo sociale ed anche un linguaggio figurativo, adeguato alle nuove esigenze. In questo caso la nuova soggettività si misura con la capacità di dare risposte artisticamente adeguate a questi imperativi, con la tensione esistenziale che tali domande generano.L'immagine è formulata mediante un eclettismo stilistico che non si identifica con le figure, semmai attraversa vari momenti e stadi, mediante un movimento continuamente aperto a nuove modifiche. Gli elementi iscritti sulla superficie pittorica appartengono al mondo naturale, L'assemblaggio visivo di tali elementi avviene fuori da qualsiasi ordine organico, ma segue il dettaglio di un accumulo che genera a sua volta un loro diverso statuto,Ancora è lo stile a determinare la realtà dell'arte che non si mette in competizione con quella esterna, non stabilisce con essa un rapporto di odio-amore, ma si dispone con accenti autonomi ed originali.L'originalità non è data dall'acquisizione di nuove tecniche pittoriche, bensì dalla capacità di distribuire le figure "dinosaure" fuori da impulsi mimetici e dentro l'arbitrio di uno stile intenso e pieno di slittamenti."



CHIARA GATTI
La Repubblica 15/10/2008


MALEDETTO TI AMERO Un artista totale che ha anticipato gli anni Ottanta

Bello e dannato, strizzato nelle sue camice nere, il ciuffo corvino sulla fronte ampia, gli occhi neri e la pelle olivastra, mediterranea. Non era bello - di una bellezza classica - Mario Schifano. Ma ci sapeva fare. Nella vita, come nell' arte. «Che per lui - racconta oggi l' amico e critico d' arte Achille Bonito Oliva, alla vigilia della prima importante retrospettiva istituzionale sbarcata a Milano - erano comunque la stessa cosa».
Tanto da non riuscire a scindere il lato più intimo del suo carattere dal personaggio che si era cucito addosso: «Quello dell' artista totale. Che viveva di passioni. Desideroso di sperimentare tutto sulla propria pelle arrivando a toccare avanzati livelli di esperienze personali. Visto in quest' ottica anche l' uso della droga fu sintomo di felicità e non di scontentezza». Atteggiamenti che alimentarono, fra ascese trionfali e cadute rovinose, il mito dell' artista maledetto, diviso fra trovate geniali nel campo della pittura e bizzarrie da star viziata. Come quando Afdera Franchetti, ex moglie di Henry Fonda, sorpresa nel 1966 a Fiumicino con 32 grammi di marijuana in tasca, confessò serafica «Sono per il pittore Mario Schifano», facendolo finire a Regina Coeli. A sentire Bonito Oliva - decano della critica d' arte italiana, legato a Schifano dal 1967, da un' amicizia («era il mio nemico più intimo» dice) nata nella Napoli di Lucio Amelio e durata trent' anni (è anche padrino di suo figlio Marco), gli ingredienti per fare della sua storia una leggenda ci sono tutti: «Al di là dei clamori, restano le opere a raccontarlo, cariche di una innovazione spiazzante, anticipatrici delle tendenze degli anni' 80, della Transavanguardia, del recupero della pittura, dell' intreccio fra astratto e figurativo, condito con citazioni colte dell' arte del passato, dal "Futurismo rivisitato" alla "Metafisica ritrovata". Schifano era insomma un serbatoio di stili a confronto». Lo dimostrano gli ottanta lavori della mostra che inaugura domani. Arrivata a Milano dopo il debutto a Roma, l' antologica curata da Bonito Oliva mira a fare il punto, a dieci anni dalla morte avvenuta a Roma nel 1998, sul suo ruolo di protagonista del sistema dell' arte dagli anni ' 60 in avanti. Un ruolo minato proprio dalle sue parabole discendenti e da un mercato intasato di pezzi prodotti a catena o, addirittura, oggetto di facili falsificazioni.

«Per questo motivo oggi ho vestito i panni del suo angelo custode, ma anche di angelo sterminatore, per i duri criteri di selezione adottati - dice Bonito Oliva - Ho voluto fare chiarezza, esponendo solo opere di qualità. Mario era un quadrificio. Amava la pittura, ma inseguiva le sue necessità economiche. Il mercato ne ha sofferto, ma le ultime quotazioni riconoscono il valore profetico della sua ricerca». Forte di un record di 300mila dollari, registrato alla nona edizione dell' Italian Sale di Sotheby' s a Londra, Schifano ha dalla sua, infatti, il lampo creativo di un maestro onnivoro, capace di passare dal disegno alla pittura, dai video alle foto ai film. «Lo si può vedere dalle opere esposte, che invitano a seguire la sua evoluzione tecnica; dai monocromi alle celebri icone della Coca-Cola e della Esso (che gli valsero la definizione di "Pop all' italiana"), dagli "incidenti d' auto" ai "paesaggi anemici", dalle tele emulsionate fino all' introduzione dell' ottica fotografica in pittura». Da non perdere, a Brera, La chimera; 10 metri di quadro che Schifano realizzò pubblicamente nel 1985 a Firenze «davanti a 5mila persone - ricorda Bonito Oliva - che assistettero sbalordite all' evento, ascoltando me che, come Sandro Ciotti, raccontai la cosa in cinque ore di radiocronaca».





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