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Giuseppe Pirozzi critica

Gli Artisti > Giuseppe Pirozzi

GIUSEPPE PIROZZI
Critica

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ARTISTI

ANTOLOGIA DELLA CRITICA:

Apologie del Logos


Andreani G., Apologie del Logos, catalogo della mostra alla Gall. Arte Spazio Dieci, Bologna, 1990

...L'arte plastica di Giuseppe Pirozzi nasce come argomento, e il suo argomentare e asse sagittale che taglia in profondità tutto un "excursus" creativo dall’inizio alla fine; la scultura essendo, nell'artista, lo sviluppo di un’argomentazione complessa e consequenziale tramite la messa in intrigo, il dialettico correlarsi di due referenti primari: visione e memoria, l'essere dell'apparire e l’apparire dell'essere, che dialogano compenetrandosi in una materia spogliata di sostanza fisica, ritaglio di spazialità creative da occupare con altre fenome­nologie della percezione. Relazione dialettica segnata da punti di fuga, da richiami e coinvolgimenti reciproci, da intromissioni importanti: natura e figurazione, simbolico e onirico. Rapporto altalenante ma non oppositivo. II primato della visione, nel ciclo dei «Contenitori», cede il passo al progressivo manifestarsi della memoria nella materia percettiva dei «Semi»: il bronzo si stria, si disarticola, si erode, si adombra. La plastica dell'artista si addentra in una micrologia di situazioni e frammenti condotti man mano a nuova lucidità percettiva. Lo spazio del rapporto si dilata, coinvolge anche la figura; e l'artista lo chiude metaforicamente entro una cornice composi­tiva (ciclo di «Psiche»); ma la cornice diventa un vuoto, un'indeterminatezza della percezione visiva, densa di richiami ai labirinti della memoria e a nuove possibilità creative. La primalità della visione rimette la materia a lirico manifestarsi della memoria come rapporto stringente e decisivo dell'arte col proprio passato.E ancora, situato dentro la storia ma proiettato al di là di essa, il "logos" fa dell’artista l'in­terprete del progetto del «novum», il poeta dei linguaggi creativi, della trasmutazione delle forme, delle immagini, delle materie, costringendolo altresì a diventarne il manipolatore dissacratorio, capace di rimettere in gioco le verità del mondo e del sapere per battere altre strade di ricerca e di verità dell'arte...


Oggetti della memoria

Bignardi M., Oggetti della memoria, catalogo della mostra a Villa Rufolo, ed. Mansi, Napoli, 1999

...La memoria è per la scultura di questi decenni del Ventesimo secolo (la generazione alla quale appartiene Pirozzi ha subito le traversie delle omologazioni concettualistiche) un elemento di coesione fra il “corpo dell’oggetto” che abita l’immaginario e lo spazio, quello idealizzato dal desiderio, cioè quello che il nostro sguardo disegna per il futuro.Essa concede ben poco alla forma, mostrandosi disinteressata alla diatriba, non del tutto sopita, fra intaglio e modellato (individuazione sintetica di due diversi approcci alla materia). Tanto meno all’idea di modulazione che ha sobillato il decennio Settanta come segnala la suggestiva posizione assunta da Melotti. La memoria insiste sulle energie dello spirito che restano in gran parti nascoste nella materia, nel suo dettato di presenza, di “corpo” concreto. “La mano, - osservava Focillon - nel suo spirito, lavora. Nell’astratto essa crea il concreto e, nell’imponderabile. il peso”. Per usare una metafora, capace di riassumere quanto detto e al tempo stesso di chiarire ulteriormente quel lavoro sull’immagine (rimuovere il suo corpo dall’anima e dalla psiche) sul quale ha insistito con tenacia in quest’ultimo decennio Giuseppe Pirozzi. la memoria segue il principio dell’iceberg. A tal proposito Hemingway. rispondendo alle domande di Gorge Plimplon. asseriva che della sua scrittura “i sette ottavi d’ogni parte visibile sono sempre sommersi”. Precisando, subito dopo, che tutto “quel che conosco è materiale che posso eliminare. lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede...”.



catalogo del Premio Lissone

Caramel L., catalogo del Premio Lissone, Lissone (MI), 1967

È sul dilatarsi del presente che si appoggia l'odierno operare di Giuseppe Pirozzi. Il giovane scultore ha infatti portato avanti negli ultimi anni un lavoro assai intenso, lungo il quale gli è entrato in crisi quel suo modo di appesantire drammaticamente la figura, scavata nel piombo, dolorosamente oppressa da un destino di morte, e gli si è poco a poco mostrata la possibilità di sintonizzare una visione-immagine-ricordo miscelandola, sovrapponendola, inserendola entro ambienti allusivi. Ed ecco l'attenzione a quella napoletanissima linfa, mista di superstizioni, usanze, pittoresche rimemorazioni che affonda le radici nel passato e che nella città partenopea tutto pervade - dall'arredamento (quello delle dimore sontuose e quello dei bassi) alla liturgia, al dialetto, al tifo sportivo, al modo stesso di affrontare la vita - e che non si vede perché debba esser preclusa al linguaggio dell'arte, tanto più che essa riemerge poi tra le righe - e non so fino a che punto ciò sia veramente e sempre un fenomeno inconscio - là dove meno si penserebbe: si pensi, ad esempio, agli aggressivi assemblages di un Bugli, o magari anche agli “spettacoli” del vivacissimo Stefanucci. Ed ecco perfino l'adesione a un fare “barocco”, che - lo riconosce anche Pirozzi - è vissuto tuttora per correlazione di sentimenti oltre il tempo. In questo suo nuovo mondo d’immagine va naturalmente dissolvendosi - almeno in parte - il contrasto - che prima era preminente - tra la fredda estraneità dell'ambiente e la tormentata passione delle figure: una contrapposizione, questa di uomo-ambiente, che ora gli sembra schematica e che quindi tenta di superare immergendosi in un'atmosfera più fusa e circolante. E ciò ml pare tanto evidente, che mi induce a interpretare piuttosto come un bisogno essenzialmente formale, di impaginazione e di controllo del discorso, l'innegabile ricerca di una certa limpidezza di scansione dell'opera che non è certo difficile individuare nelle sue creazioni di questi mesi.




la Gazzetta del Popolo. Le mostre a Torino

Carluccio L., la Gazzetta del Popolo. Le mostre a Torino, domenica 22 febbraio 1981

Sono anni che seguo con simpatia il lavoro dello scultore napoletano Giuseppe Pirozzi senza che mai la sua presenza mi deluda. Al contrario, per le sue variazioni così dominate cresce la fiducia nell’onesta verità del suo lavoro. Ne fa testimonianza la bella mostra realizzata in questi giorni dalla Galleria La Bussola, lì lavoro di Pirozzi, dunque la sua versione del dialogo che un’artista deve instaurare col mondo sia dell’esistenza che dell’ambiente oggettivo in cui l’esistenza si sviluppa attraverso un continuo attrito, si propone ancor oggi come profonda consapevolezza che la realtà è un momento di passaggio e che in modo evidente o segreti) ogni cosa compiuta trascina con sé. come un termine di riferimento necessario, la sua radice ancora informe e lo spettri) di ciò che diventerà in futuro, che la corrompe e la mortifica. Liscio e contorto, lucido e opaco, nitido e informe, stiacciato e rugoso, sillabato e fraseggio stanno a confronto e determinano una straordinaria tensione che all’esterno, nella sua parte visibile, diventa nodo, grumo, strappo.La vita, anzi l’energia vitale, la crescita organica, la struttura o destinazione genetica delle forme hanno una cadenza prevalentemente drammatica, assumono quasi sempre ritmi monumentali pur nella piccola dimensione e la severità di una stele. I caratteri ed i numeri inseriti come un segmento di messaggio ermetico consentono anche di dire che in quelle dimensioni lo spirito sembra rivolto a raggiungere la patetica concisione di un epitaffio, collegando il lavoro di Pirozzi al suo naturale entroterra storico e naturale, il Vesuvio, le ceneri, la morte, la resurrezione. Nelle opere più recenti dove un volto di donna classicamente delineata che ricorda la chimera o la sfinge emerge dalla gabbia dell’imperfetto, si libera dalle ultime sinuose liane dell’informe (o vi affonda?) il dialogo tra gli opposti trova una sua straordinaria eloquente concitazione formale.




catalogo della personale alla Galleria Lo Spazio

Causa R., catalogo della personale alla Galleria Lo Spazio, Brescia, 1979

…Vorrei anche dire dell’ambiguità, della polivalenza, che formano proprio di questo contesto il fascino primo, la sottile malia, il floreale come ricerca disperata di un precedente culturale, di una sicurezza d’interpretazione del vero chiamato (ed assorbito) per smuovere le superfici, marezzarle, moltiplicarle, entro il più solenne giuoco di sintesi, fermamente finito, definito, quasi tendente a risultati totemici. E dalla commistione nasce anche un effetto nuovo e diverso che una volta, anni fa definii di glaciazione, quasi l’improvvisa morsa del gelo che tutto ferma e solidifica nell’attimo transeunte, e che ora mi pare vada definendosi in moduli eccitati che piuttosto si richiamano alle esplosioni. Ecco, in questi termini si stabilisce l’arco del “naturalismo” di Pirozzi, naturalismo drammatico - così come l’ambiente culturale nel quale opera, suggerisce per tutte le sue personalità artistiche degne di qualche considerazione - naturalismo che qualche volta si fa elegiaco e lento, mediazione appassionata di una materia astratta, tutta inventata, talaltra si fa carico di suggestioni ecologiche, pervaso com’è di una sua aspirazione quasi di natura botanica, germoglio, virgulto, tralcio, viticcio, foglia, colti in quel loro movimento che solo una meditazione continua potrebbe, per via meccanica, controllare e rivelare. Naturalmente è questa ancora scultura di empito figurativo, ma di tanto intensa forza di fantasia, che mai come questa volta diremmo germogliante, verzicante, definitiva. Un risultato da tenere nel massimo conto, nella generale modestia di tanto banale e convenzionale articolazione del “neofigurativo”.



catalogo della mostra alla Gall. Il Girasole

Crispolti E., catalogo della mostra alla Gall. Il Girasole, Roma, 1967

...In fondo queste sue larve organiche, queste sue già spesso così prossime probabilità d'immagine ignorano la morte ed anelano piuttosto ad una espansione vitale (non dico però vitalistica). Eppure tendono ad essere immagini umane non segni organici primari, come i Rambelli, per intenderci: immagini che muovono verso un loro rapporto di collocazione e non più soltanto di contrapposizione nell'ambiente ove si vengono configurando, mi sembra. D'altra parte l'organicità che tali immagini sostanzia non muove con la prepotenza vitale che segna la piattaforma della plastica di un Rimondi: è piuttosto indiretta; filtrata quasi in uno schermo di memoria, non mira ad una sorta di fisico impatto, piuttosto ad una sua elusione che accerti come la misura d'una distanza, che apra appunto una prospettiva che dal ricordo sprofondi in quella più libera e commistoria articolazione che è propria della memoria (nel suo appunto che cercai di sottolineare nella mostra dell'Aquila del '65 ed ho riproposto ora a Belgrado). In una scultura recentissima che s'è vista pochi giorni fa nella mostra d'insieme di questi giovani scultori napoletani qui a Roma, Pirozzi ha proposto un modo di inserire citazioni concretamente descrittive nel contesto dell'immagine, in chiave appunto ulteriore di una presenza tipicamente di memoria.Sarà da aggiungere che, analogamente, gli accenni ambientali (cornici, riquadri, ecc.) non sono diritti, erosi, estenuati, aspirano al contrario a suggerire appunto un dimensione-ambiente, pur entrando anch'essi naturalmente nel gioco della prospettiva di. memoria: vogliono infondo avervi, se non. erro, quella stessa possibilità di concretezza referenziale che ora Pirozzi mi sembra aver intravisto appunto anche entro l'immagine umana.Aggiungo che Pirozzi ha un istintivo senso della puntuale calibratura plastica dell'immagine, da autentico scultore e così questa sua ricerca si viene svolgendo non solo in una prospettiva personale, ma anche in esiti d'intensa qualità e dignità plastica, con un'attenzione sottile ed insinuante, che percorre interamente il contesto dell'immagine.



Plexus

Finizio L. P., Plexus, catalogo della mostra alla Gall. Dehoniana, Napoli, 1983

Se alla resistenza implicita alla materia, alla sua durezza che rifrange e occupa i luoghi di luce e spazio si lega un certo farsi e disfarsi di immagini in scultura, tale è certamente il caso dell'opera di Giuseppe Pirozzi. Non e' difficile riconoscere nel suo comporre, nel suo dar forme simboliche e metaforiche, nel suo, insomma, dislocare l'immagine plastica, la vigile azione della mano che opera «cera persa». Vi si riconosce, infatti, l'agire di un formare che traccia i suoi segni, di un cadenzare di volumi che danno corpo, all'immagine lungo direttrici di spazio e luce proposte dall'impalcatura dei tralicci.II rapprendersi della materia, lo sfaldarsi e stratificarsi morbido e liquido di essa al calore (la mitica duttilità, appunto, della cera), raccolgono in modo ora repentino ora pausato il dettato d'immagine. La mobilita' e contrazione rapide della cera raccolgono il disporsi e intricarsi di segni e forme che la mano imprime su di essa e che il sigillo della fusione fisserà nei colori lucenti del bronzo o nei bagni raggelanti dell’argentato. Si può dire che la scultura di Pirozzi mostra in tal modo mettere allo scoperto insieme alle cadenze di una propria volontà narrativa i procedimenti di un fare scultura che queste cadenze scandiscono e sottendono. Per la sua scultura la manipolazione e suscitazione di forme seguono cosi un medesimo ductus di definizione espressiva, un coinvolgente processo temporale in cui tecnica e immaginazione interagiscono creativamente. Vi è nel suo intendere il valore di rappresentazione della scultura un divenire, un incedere di pratiche e dati espressivi che trattengono i loro iter, il loro proporsi alla visione plastica, nel corpo stesso della scultura...






Scultura e design di Giuseppe Pirozzi

Pepe A., Grafica, scultura e design di Giuseppe Pirozzi, Roma, 09.01.2004

... e all'attività plastica; settore in cui la creatività di Pirozzi si esprime con maggior incisività: pezzi unici ed irripetibili i suoi bronzi si configurano come opere problematicamente “aperte”, dato il continue movimento impresso alle superfici dalla luce che entra, affonda, scivola si disperde; spinti verso l'alto da tensioni insolute, questi lavori lasciano ipotizzare sviluppi futuri, mediante aggiunte e sovrapposizioni. Concetto, questo della stratificazione, che costituisce uno dei cardini - non solo tecnici - di un'ispirazione ondivaga e procedente per folgorazioni analogiche, sicché suggestioni attinte dal presente fanno riaffiorare brani di passato, che si fissano in un caleidoscopio di segni-simbolo: la mano e il piede, ruderi archeologici e simulacri della memoria infantile; il limone e il fico, solari compagni delle passeggiate amalfitane; la molletta, per trattenere i pensieri; la sedia, emblema del potere ma anche del focolare domestico; le posate, metafora di una politica non certo al servizio della collettività; chiodi, coltelli e cunei, strumenti che esprimono la volontà di puntare dritto al cuore della materia per giungere all'essenziale; e poi numeri, lettere, geroglifici, che sfidano lo spettatore a decodificare un dettato intimo complesso e a cogliere un dettaglio preciso in un groviglio che ribolle continuamente.



L’utopica tensione estetica di Giuseppe Pirozzi

Persico M., L’utopica tensione estetica di Giuseppe Pirozzi, catalogo della mostra a Castel Nuovo, Napoli, 2006

...Giuseppe Pirozzi cerca con ostinazione di dare forma a questo rapporto ricorrendo alla memoria, ad accumulazioni visive, ad un uso suggestivo del rifiuto, del pattumierato, riproponendo arti umani e operando incastri solo apparentemente gratuiti, vale a dire servendosi, grosso modo, degli stessi reperti di chi mira a dialogare con l’inesistente; ciononostante, senza mai rinunciare del tutto all’evidente amore per la tradizione. Amore riscontrabile non solo nella presenza di vari frammenti della classicità, ma dalla trasposizione di ogni cosa nell’antica e nobile materia del bronzo. La volontà di ricomporre il rapporto fra reale e immaginario in una fase storica in cui si è attuata una totale derealizzazione di quei valori culturali, politici, ideologici che penetravano nella vita quotidiana e su cui la cultura umanistica fondava la propria idea della storia, risulterà vana, utopica, ma unicamente confortata dalla convinzione secondo cui un gesto utopico vale spesso più di qualunque segreto strappato al mondo esterno. Purtroppo, fino a quando solo il denaro sarà ritenuto l’unica cosa bella non riusciremo, col nostro lavoro, a modificare alcunché. Vi è sempre qualcosa in noi che si ribella al mondo senza realizzarsi, ma ci resta ancora il compito di essere noi stessi. Forse, è per questo che il mio interesse è da tempo rivolto all’uomo più che all’artista. Giuseppe Pirozzi, mio buon amico, è persona di lindore interiore raro; il suo lavoro scaturisce, quasi sempre, da quel profondo senso umano e dal bisogno di comunicare agli altri la sua indefettibile disponibilità a concepire un mondo migliore.





Quella «scintilla d’Inferno» nelle sculture di Pirozzi

Roccasalva M., Quella «scintilla d’Inferno» nelle sculture di Pirozzi, l’Unità, 01.06.1983

«Una scintilla, diceva William Blake, contiene finterò Inferno». Nelle sculture dì Giuseppe Pirozzi la scintilla brucia io stesso inferno e diventa speranza di rinascita. È per questo, che la galleria Dehoniana, dove in questi giorni egli espone, sembra cosi pervasa da un fremito di vitalità e di freschezza. La scintilla di Pirozzi è il germe di un fuoco, il centro di un amore. Il proclama di una libertà che vuole rompere gli argini Irriducibili della forma ed espandersi nell'universo del linguaggio.Ma già prima di queste rigide geometrie attraversabili, Pirozzi aveva reso prometeiche le sue immagini e In ogni scultura esplodevano scintille creative: i fiori della terra zampillavano sotto forma di lune e soli, e i germi plasmati dall'uomo conoscevano il dispiegamento della volontà e della ragione dell'uomo. In «II sole caduto» c'era tutta la dialettica della vita primitiva e della chiarezza conquistata nella morte della scrittura. Oggi, In queste sculture sempre germinanti, sempre perfettamente equilibrate in pieni e vuoti, in trasparenze e spessori, in lucentezza e opacità, con una luce che accarezza, penetra e disegna i rilievi — tanto da sembrare pitture tridimensionali — e sempre impregnate di quel neo trasformismo che agisce su tutto l'universo, sulla natura e sull'uomo, Pirozzi continua a cogliere il dinamismo della chiarezza conquistatrice, ma coglie anche il senso della luce umanizzata.L'incubo della solidificazione progressiva viene così Infranto dallo scoppio ribelle di una lacerazione: un sogno collerico della pace che riesce ad aprire un varco nello spessore, ad attraversare una soglia, forse a proporre la decifrazione di un destino. Questo vuoto geometrico, nel quale una mano solleva una sorta di velo dì Maja — forse perché solo nel sogno l'universo può essere afferrato dallo sguardo chiarificatore dell'immaginazione — nasconde e offre, separa e unisce, ambigua quanto l'ombra e altrettanto favorevole alla ricerca immaginaria dell'essere, sembra che rischiari la profondità e purifichi la notte.Le forme si sporgono sullo spazio profondo e attorno ad esse questo spazio stende una limpidezza che illumina, come per contagio, la loro trasparenza inferiore e le rende permeabili a tutto un gioco di associazioni e significazioni nuove. E a noi, attraverso questa apertura tutta terrestre, sembra emergere a una nuova luce, a una nuova energia. Per questo, le sculture di Pirozzi sono così vitalizzanti ed eccitanti.



Il muro e la distanza

Sovente M., Il muro e la distanza, catalogo della mostra I segni dell’anima alla Banca Popolare di Asolo e Montebelluna, Treviso, 1996

...La caratteristica dominante della scultura di Giuseppe Pirozzi è un ritmo mosso, tutto anfratti e fenditure, che snoda e annoda brandelli di materia pulsante e altri elementi di eteroclita provenienza, quali numeri, lettere, detriti appartenenti a un vissuto degradato e marginale. Discende da tutto questo un duplice punto di vista all'interno del fare plastico di Pirozzi: un lavoro di accumulo e un desiderio di esplorare quanto di improbabile, di surreale si annida nelle pieghe delle convenzioni sociali, della vita. Addensare più cose e farle interagire con una volumetria che si presenta ora franta, ora compatta, vuoi dire non assoggettarsi all'idea di una scultura come realtà ben definita e in sé conclusa. Di conseguenza, è proprio il gioco feroce dei travestimenti, delle numerose maschere che popolano la scena contemporanea a richiamare l'attenzione dello scultore sui bruschi tagli, su un procedere a zigzag, per cui le linee si avvicendano, si sovrappongono, si intrecciano con assoluta libertà. Le masse, i volumi, le scanalature di cui sono fatte queste inquietanti e strane immagini di Pirozzi spostano continuamente l'occhio di chi guarda dall'alto in basso, da una traiettoria centrale a una obliqua. E come se l'artista volesse dire che c'è ben poco da capire del mondo perché tutto è ineluttabilmente instabile, soggetto a vertiginosi mutamenti, la geometria è solo un inganno perché la verità non sta nell'inesorabile incastro di ascisse e ordinate, bensì nel punto debole, nella zona di pericolo, nel marasma degli elementi. Sta qui molto probabilmente l'interesse che Pirozzi negli ultimi tempi va dedicando alle tumultuose vicende della realtà nazionale: il muro e la distanza sono i temi e le metafore ossessive della sua più recente produzione. Alla scultura, allora, egli affida un profondo malessere e un desiderio di libertà.



Pirozzi è più che una promessa

Vergine L., Pirozzi è più che una promessa, Il Pungolo, 02.05.1963

Da un'avvertita tensione, che tiene conto dei problemi di un rapporto con la realtà, nascono appunto le sue opere. E sono figurazioni lacerate, tutte nervi scoperti, dalla materia contratta e palpitante - "Animale" (1962) -, versate in una volontà di metamorfosi, tagliate e scavate con intelligenza dei rapporti chiaro-scurali. E' sempre vivo in lui l’istinto naturale, un non voler prescindere dalla radice umana delle cose, percepibili nella materia che pare appena plasmata, liberate dalla memoria in episodi drammatici o lirici.Ogni tratto comunque, nella barocca libertà di questi frammenti, rivela una ricchezza di valori possibili, anche se è presente il senso doloroso di un'alternativa costante tra figurativo e fuga dal reale.Tuttavia il rischio di una posizione ambigua è largamente arginato dal vigore di un ottimo mestiere, dal fervore di un'aspirazione che non teme la chiarezza espressiva, dalla capacità di organizzare i volumi, di sensibilizzare le superfici, da una natura insomma autenticamente dotata per una ricerca specificamente plastica.Il mondo di Pirozzi fa leva sul fattore evocativo, nonostante l'esigenza di talune alterazioni "d'attualità", dove però non è rifiutata la presenza di forme plasticamente definite in tutta la loro sostanza.Violente e rotte, ma non dissolute e rarefatte le sue più recenti soluzioni, calate in un processo che non è di sfacelo, sempre tese a un peso e a una misura antichi.Sculture che racchiudono i gesti immediatamente dettati dall'ispirazione stessa che cresce e si sovrappone nel suo farsi, intorno alle qual si incontra un'espressione incalzante, coinvolte in uno slancio ascensionale continuo dove anfrattuosità e tumescenze si alimentano a vicenda lungo le superfici scabre.Giuseppe Pirozzi è già più di una promessa; è lecito attendersi quindi un sicuro sviluppo nell’ambito di una tradizione plastica mediterranea dove intelligenza e istinto si fondono in belle commistioni.




Critici

Tra gli altri, hanno scritto dell'opera di Giuseppe Pirozzi i seguenti critici e storici dell'arte:

A. R. Abbate, , Giuseppe Appella, Piero Bargellini, Carlo Barbieri, G. Benignetti, L. Bertacchini, , Michele Buonomo, A. Cairo, Angelo Calabrese, Renato Capuano, Ettore Capuano, , Carlo Fabrizio Carli, Ela Caroli, Luigi Carluccio, Luciano Caruso, Raffaello Causa, Stella Cervasio, A. Cinesi, G. Colacito, Vitaliano Corbi, Olivia Cremascoli, Enrico Cripolti, Arnaldo David, J. D’Annibale, Nino D’Antonio, A. Dragone, Giorgio de Marchis, Antonio del Guercio, Mario De Micheli, Marina De Stasio, Stefano De Stefano, Salvatore Di Bartolomeo, M. Di Domenico, Giorgio Di Genova, P. Di Maggio, P. Esposito, C. Ettorre, L. Farinacci, Maria Fiorentino Orgione, Ada Patrizia Fiorillo, Antonio Fomez, Luigi Paolo Finizio, Mario Franco, D. Galdieri, Donatella Gallone, G. Gasparotti, G. Gavazzini, Piero Girace, G. Giuffrè, Dario Giuliano, Gino Grassi, V. Guzzi, N. Hristodurescu, Clorinda Irace, Arcangelo Izzo, Jan Kriz, Luigi Lambertini, Costanza Lorenzetti, V. Magno, Mario Maiorino, C. Maisto, Paolo Mamome Capria, T. Marcheselli, Giuseppe Marchiori, R. Marconari, P. Marino, Garibaldo Marussi, Giorgio Mascherpa, L. V. Masini, V. Melegali, Carlo Meloni, Filiberto Menna, Dario Micacchi, Armando Miele, Slawa Monowicz, Luigi Monzambano, Duilio Morosini, B. Mottola, D. Notarangelo, G. Oliveti, A. Paire, Vittorio Paloscia, Aldo Passoni, Gerardo Pedicini, M. Penelope, Anita Pepe, M. Perazzi, Mario Persico, M.S. Petito, C. Piancastelli, Jolanda Pietrobelli, Ugo Piscopo, M. Portalupi, M. Prisco, Paolo Ricci, Maria Roccasalva, M. Rocchi, Gaetano Romano, G. Ruggieri, A. Rubini, V. Rubiu, Ciro Ruju, R. Salvio, Vinicio Saviantoni, C. Savonuzzi, A. Schettini, G. Sciortino, Ruggiero Sicurelli, Franco Solmi, Michele Sovente , L. Spiazzi, Aurora Spinosa, M. Stefanile, Paul Stump, Carlo Toesca, Tiziana Tricarico, Angelo Trimarco, T. Trini, Lorenza Trucchi, Marco Valsecchi, M. Venturoli, Lea Vergine, G. Vialle, Luigi Vincitorio, Maurizio Vitiello, Cesare Vivaldi, Giuseppe zampino, Stefania Zuliani.








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