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Errico Ruotolo critica

Gli Artisti > Errico Ruotolo

ERRICO RUOTOLO
Critica

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ARTISTI

ANTOLOGIA DELLA CRITICA:

LEA VERGINE

[ ... ] Una possibilità di racconto in termini di colore, una successione di presenze luminose animano le tele di Ruotoinsieme ad una notevole suggestione lirica. Eppure neanche una segnalazione è giunta a porre l’accento sulle sue qualità. Un’atmosfera rarefatta che trascende l’esperienza immediata, pur essendo vagamente ricettiva del reale.

(da: “Il Popolo”, Milano, 19 giugno 1961)


CARLO BARBIERI

[ ... ] Una delle più cospicue novità in questa mostra è costituita dalle tempere di Errico Ruotolo, un giovane che sa impeccabilmente orchestrare una sua immediata folgorazione, ordinandole in un nesso sintattico controllatamente espressivo. [ ... ]

(da: “Il Mattino”, Napoli, 23 novembre 1961)


FILIBERTO MENNA

[ ... ] dopo una forzata interruzione, Ruotolo rivela ancora qualche incertezza e una certa fatica nel riprendere i contatti con la situazione, ma i suoi interni non sono del tutto privi di significato, almeno per le capacità sottilmente evocative del colore. [ ... ]

(da: “Il Mattino”, Napoli, 17 giugno 1965)


DUILIO MOROSINI

[ ... ] Nel caso di Ruotolo, invece, l’ottica percettiva, il taglio ingannevole - apparentemente agnostico - dell’affiche, sono rivoltati un po’ come un guanto, per dare dimensione di solitaria intimità ai volti, malinconicamente dilatati come aloni, di donne meridionali “ingabbiate” nei loro interni.

(da: “Paese Sera”, 26 ottobre 1967)



MAURIZIO VIVIANI

[ ... ] È ancora l’affermarsi dell’uomo, proiettato in uno spazio geometricamente scandito, definito in ogni sua anLa sua analisi attenta ed equilibrata ne stabilisce il punto focale ed i temi trattati ci fanno presentire un ambiente a noi intimo, pur tuttavia così lontano dalla nostra immaginazione. Gli interni consistono di spazi interseparati non da ermetiche chiusure, ma da scorci attentamente misurati. Muovendo attraverso spazi che si dispiegano a chiusura, si aprono in vedute drammatiche e sempre diverse, ovunque elementi di sorpresa; un’iminattesa sorgente di luce dietro un angolo, uno scorcio di paesaggio, un soffitto basso che ne contiene uno, ed ancora un altro più elevato, una successione di esperienze tanto diverse e con tale continuità che i suoi interni divengono sinfonia di spazio e di luce. [ ... ]

(da: Inaugurata la personale del pittore Ruotolo, in “Gazzetta del Sud”, 1969)


ANGELO TRIMARCO

Un viaggio, attraverso le esperienze più acute della cultura napoletana del dopoguerra, per approdare, in un’area di memoria e di ricordi, dove il tempo è vissuto al passato. In un tempo, l’infanzia ritrovata (e tradita), amata ma anche maledetta: l’origine della propria storia. Di una storia che ciascuno, comunque, vorrebbe diversa. C’è un grande oc(in plexiglas), sospeso alle pareti da fili che si intrecciano, nel quale vive la splendida (falsa) epopea di pistoleri con macchie e peccati, di fanciulle, vergini (e no), di disperati e di uomini buoni. Poi vengono i cavalieri (ma è un altro lavoro). E non sono i cavalieri dell’Apocalisse venuti per il giudizio. Ma i cavalieri dei segni e dell’infanzia, della scopa (ieri cavallo oggi Honda furente). Lo studio di Ruotolo è su un pianerottolo dove giocano e piangono e dicono
maleparole i bambini che vi abitano. Uno, di sei anni, sveglio e lesto, ha disegnato un paesaggio. Case, bambini, la scala, l’albero. Come un orizzonte, Ruotolo ha utilizzato questo disegno, manipolando. Ha evidenziato dei dettagli, ne ha trascurato altri. Il disegno del bambino-Ruotolo è stato, poi, imprigionato in un contenitore di plexiglas, come in una teca. Memoria ritrovata o perduta per sempre) Comunque una ricerca sull’origine dimenticata.

(da: Inaugurata la personale del pittore Ruotolo, in “Gazzetta del Sud”, 1969)


NICOLA SPINOSA

Riprendere immagini consumate nella nostra adolescenza, evocarle dall’ombra della memoria, rivederle attraverso l’occhio lucido di un obiettivo fotografico, fissarne i particolari restringendo progressivamente il campo focale: queil processo operativo seguito da Ruotolo nell’elaborazione dei quattro pannelli che qui si dispongono.
Il risultato è una successione di “fotogrammi” che fissano l’immagine nell’immediatezza del particolare, cogliendo ne ogni possibile mutazione nel tempo e nello spazio. Stabilito il punto di vista, l’obiettivo è aperto improwisamente sull’intero campo visivo: l’immagine - cavaliere al galoppo - è lontana, si confonde con lo spazio svuotato d’ogni dato naturale, rivelato, solo in primo piano, da lunghi segni orizzontali. Una rapida variazione di zoom restituisce identità a quell’immagine lontana; l’obiettivo ora evidenzia il modo meccanico di un braccio staccatosi dalle forme del cavallo e del cavaliere ancora schematicamente ritagliate nello spazio sempre anonimo. Un improwiso scarto della macchina da presa, ed ecco scoperta l’identità del cavallo: la testa, frammento di antichi monumenti equestri o immagine simbolica e particolare di fantasie giovanili, è restituita dal mondo dei ricordi alla realtà del presente come innaturale incastro meccanico di curve, segmenti, fessure. Ultimo “fotogramma”: l’obiettivo è riuscito a rivefinalmente anche l’identità del cavaliere: assurdo ingranaggio di piccole ruote dentate (congegno di precisione e oggetto inutile?), immagine artificiosa ed emblematica di una condizione umana dominata dalle fredde leggi meccanicistiche del nostro tempo. Un processo quindi, quello di Errico Ruotolo, che è l’occasione per rivelàre e denunciare una realtà meccanicamente organizzata, in cui anche le immagini un tempo care ai nostri sogni di adole- pellerossa, cavalli, vasti pascoli verdeggianti - ritornano nel sogno dell’adulto irrimediabilmente contaminato dall’artificiosa condizione esistenziale dell’ uomo tecnologico. Ma è anche un processo che, con la meccanicità dei suoi mezzi e del suo sviluppo, finisce con il far identificare nel suo stesso autore un’altra vittima di quella realtà: l’estrema lucidità dell’analisi critica, senza arrecare alcun sostanziale vantaggio e semmai insinuando il sospetto di un’inconscia complicità con le cause della condizione denunciata, non fa, infatti, che accentuare il senso di desolante impotenza del suo gesto.

(da: Presentazione, catalogo Premio Michetti, Francavilla al Mare, giugno 1971)

GINO GRASSI

[ ... ] Ruotolo compie una geniale operazione sul linguaggio codificato tentando una decodificazione in chiave di libegrafia. Pur non ricorrendo ad un alfabeto personale (che lo indurrebbe ad una nuova formalizzazione) Ruotolo inventa un sistema di simboli che attingono ritmo e consistenza più dal discorso musicale che da quello della logica intellettuale. -impegno 74, catalogo della mostra,

LUCIANO CARUSO

[ ... ] Ora, come può porsi di fronte a questa situazione un operatore, come Ruotolo, che sul piano della tecnica e del mestiere è fin troppo “smaliziato”? Nella speranza che l’attività artistica permetta ancora “una consapevolezza integrale”, egli può tentare una trascrizione totale della realtà, applicarsi a riscrivere tutta la quotidianità più minuta, convinto che il suo gesto sia una precisa conoscenza anticipata sugli altri strumenti d’indagine; ed è quanto egli ha cercato di dimostrare nell”’Autoritratto con cravatta rossa”, dove, non a caso, la fiducia nel quadro era messa in discussione dall’uso del film. Ma nel corso di tali operazioni, l’autore non ha potuto fare a meno di accorgersi come la sua produzione avesse pur sempre degli effetti mitici, dovuti alla separazione (ancora una volta) in CUI è interesse del mercato tenere situazioni siffatte, che finiscono con l’essere afferrate “nelle pieghe della garanzia speculare”, che l’ordine afferma.
Da qui è sorta la necessità di un “rinvio”, di un “ripensa mento”, quasi una interrogazione dei propri mezzi, anche concettuali e ideologici, che gli permettesse di superare la fase della rarefazione, in un certo senso, e della forma-
lizzazione dei ricordi d’infanzia, o del recupero dei gesti quotidiani, messi agli atti ed insidiati da una liricità, che gli risulta ambigua alla luce della sua volontà di chiarezza e di lucidità d’indagine, che invece avrebbe soprattutto voluto denunciarne la banalità. Muovendo dalla consapevolezza che ogni istituzione, mezzo e funzione sociale è un luogo chiuso, circondato da barriere che si pretendono permanenti, ha assunto a proprio campo di lavoro uno di questi luoghi, e precisamente quello della scrittura e della stampa meccanica, basata sulla ripetizione, in modo da forzare il limite di questo “territorio”, controllato in modo da non permettere all’estraneo di entrare nel processo concreto di rappresentazione e riproduzione, per formalizzare le sue idee (conoscenza) sul/nel sociale, attraverso l’azione di riche l’autore ha portato avanti valorizzando il gesto della mano che traccia segni inventati, appallottola, cancella o lacera, mettendo in azione un dispositivo di chiarificazione dei rapporti fra i segni e le cose e dei segni fra loro.
Ci troviamo di fronte, così, ad una estensione di un fondamentale atteggiamento di contraddizione tutto giocato sul versante di una immediata trascrizione del senso di ripulsa, che questo tipo di società gli suscita, con la violenza di cui è saturo l’ambiente meccanizzato che ci circonda; di modo che la sua stessa immediatezza acquista il significato politico di una critica del potere nelle sue manifestazioni più banali e comuni, ma anche più massificate ed opprese si veda l’opera “Potere occulto”, che raggiunge questo effetto tramite il mezzo semplicissimo di un involucro di legno, di una cassa, che dietro il suo aspetto innocente rivela la sua funzione di separazione e di occultamento; si tratta, cioè, del recupero, senza alcuna intenzionalità privilegiata, di materiali di rifiuto e di scarto, non in funzione iconologica, ma ideologica, come sottolineatura cioè di un’osservazione o di un’idea, che da sola metta in evidenza il problema complesso che si voleva denunciare. [ ... ]

(da: Errico Ruotolo. La mia lettera non ha altro oggetto che questo, in “Uomini e idee”, )

MARIA ROCCASALVA

Definire inquietante la mostra di Errico Ruotolo allo Studio Boenzi (Visual art center), non basta ad esprimere il senso di raccapriccio che ci assale davanti all’immagine della morte, dell’ eccidio e della violenza fascista perpetrata con incredibile ferocia. L’orrore si impadronisce letteralmente di noi; non solo ci fa fremere di sdegno, ma ci Investe di responsabilità. E ci sentiamo tanto più responsabili, quanto più l’artista ci si presenta inerme. E questo, forse, è il carattere più interessante della mostra, che è una pubblica confessione di impotenza. Davanti alle stragi, al sangue versato, l’artista non può che incasellare nella memoria, così come i cadaveri sono incasellati nelle lapidi, gli orrori che annichiliscono la sua forza creativa. L’artista è uno strutturalista che ordina e classifica la morte e la violenza In una società strutturata sulla morte e la violenza. E Ruotolo ribadisce continuamente questa sua visione negativa, che assume quasi l’aspetto di un misticismo nichilistico, servendosi di mezzi espressivi di straordinaria efficacia: moccoli di candele consunte, che lasciano colare sulla tavolozza del pittore i loro miseri resti. Forse qui si potrebbe riscontrare una certa analogia con l’opera di Beuys (la cera come elemento di creatività) ma mentre nell’artista ted.esco ‘Tanti-eroe” è in realtà un rivoluzionario, in Ruotolo l’artista, pur awertendo dolorosamente gli eventi che lo sovrastano, non può che urlare la sua rabbia impotente, perché il suo pollice è anch’esso di cera. E un pollice di cera non può plasmare. Così, insieme alle vittime della violenza giace anche lui, l’artista, in una tragica realtà dove le tensioni della vita sono molle che tendono nastri di lutto. Ruotolo con questa mostra-denuncia, nella quale la morte non aleggia, ma è “dentro”, è riuscito finalmente a definire il suo linguaggio artistico; non solo, ma ha inteso definire la condizione dell’artista con amara crudezza.

(da: Errico Ruotolo a//o studio Boenzi, in “l’Unità”, Napoli, aprile )


CIRO RUJU
Errico Ruotolo ha organizzato, alla galleria “Visual art center” di via Orazio, una rassegna della sua ultima produzioSono opere ispirate tutte ad un tema di impegno culturale e ideologico preciso: un riesame, non privo di un giustorico, di un periodo considerato nefasto per lo sviluppo socio-culturale della nazione. Questo riesame è reso esplicito, attraverso le opere, ora tramite una concettualità di contrapposizione significativa, ora attraverso una resa simbolica di materiali oggettivamente applicati sulla superficie pittorica. Un tutto appunto teso alla rappresentazione della consunzione di una particolare mitologia: la mitologia del condottiero, dell’artista, della cultura, del potere insomma, in uno spazio che sembra autodefinirsi, non tanto per i limiti obiettivi di superficie, quanto piuttosto per i limiti reali della proposta sostitutiva che potrebbe awerarsi. Questa problematica è affrontata da Ruotolo con grande impegno, non solo per le sue capacità d’assemblage, che trovano sulla tela una loro linearità espressiva, ma per l’evidente motivazione socio-politica posta ad evidenziare, superando gli stessi limiti del periodo preso in esame, una situazione che si presenta sempre in agguato.

(da: Errico Ruotolo al “Visual Art Center’; in “Corriere di Napoli”, maggio )


GENNARO VITIELLO

In una sequenza di “fotogrammi” pittorici predominata dal bianco e nero che solo alla fine trova sfocio nel colore, Errico Ruotolo getta sulla realtà politica del nostro momento storico che ancora si scontra con la violenza fascista uno sguardo doloroso con segni d’angoscia per il terrore provocato dal continuo infrangersi dei valori della libertà della vita. La sequenza-tavole da l metro per l metro a 50x70 centimetri è preceduta da un prologo della figura di Mussolini (nero su nero) per introdurre poi un canto lirico eseguito con la più assoluta essenzialità di segni-suoni sulla morte violenta. Un marchio indelebile è piazza Fontana. Tutta l’opera trova unitarietà in questa pittura che pure è come una sorta di canto grafico-musicale terminante in un vero rituale. Una serie di ceri sull’ultima tavola a mostrarci la pietas politica di Ruotolo.

da: Presentazione, catalogo della mostra “Festival dell’Unità”, Torre del Greco, 1975)

LUIGI CARLUCCIO

[ ... ] Ruotolo, il più giovane, ha un gruppo di disegni colorati nei quali vivono in tagli incisivi i quartieri di Napoli e gli oggetti domestici, tra i quali una macchina da scrivere nera, bella e toccante come una reliquia.

(da: Andar per mostre, in “Gazzetta del Popolo”, 16 novembre 1975)


ARCANGELO IZZO

[ ... ] Per Errico Ruotolo l’opera non può concludersi in una semplice presenza, in una cosa, pur restando senso, nella misura in cui è commento vissuto di una esperienza vissuta. Egli, nell’appropriarsi dello spazio a lui destinato, non si è servito di “simulacri”, ma ha utilizzato oggetti trovati sul luogo (un tavolo rivestito di carta bianca da Ruotolo, graficizzato con un carboncino nero lungo i bordi delle strutture, collocato obliquamente rispetto alla luce-finestra, proiettato a terra con l’ombra di frammenti di carta rossa; un secchio di colla, un pennello). Per implosione, più che per aggiunzione, lo spazio viene segnato anche da un quadro e da una foto-grafia, scelti per coordinare un’idea, avuper costruire una “mostra” d’arte. Ruotolo ha voluto, così, rivivere la sezione di un momento di riflessione di una giornata, fissando l’attimo in cui il suo pensiero andava a focalizzare le immagini di un ragionamento insieme con tutti gli oggetti fisici (le suppellettili e il materiale del suo lavoro), riproponendo il tutto in altra sede. Naturalmente questo transfert in immagine visiva può awenire - dice Ruotolo - solo quando l’opera implica una circostanza, un ragionamento, un pensiero ossessivo, un fatto, delle sensazioni e il tempo di quei momenti. [ ... ]

(da: Rive/azione, catalogo della mostra fatta per il VII giugno popolare vesuviano, San Giuseppe Vesuviano, 1980)


MARIA DI DOMENICO (ROCCASALVA)

Nelle recenti opere grafiche che Errico Ruotolo espone alla libreria Marotta confluiscono i temi fondamentali della sua ricerca artistica: la percezione, la memoria e il progetto. Precedentemente a questi lavori egli aveva rappresentale figure in movimento basandosi sulla persistenza delle immagini sulla retina, in un procedimento che ricordava un po’ le stroboscopie di Balla, ma senza il brio e la spigolosità dell’artista futurista. Le sue figure, proprio perché si sdoppiavano, si dissolvevano in una indeterminatezza piena di mistero, come se la figura e l’oggetto rappresentato non fossero che il fantasma di se stessi. Oggi Ruotolo, insieme alla percezione dell’oggetto nello spazio e alla perdel suo movimento, vuole darci anche la sintesi della sua ubicazione nel tempo. Anche se sembra riferirsi a Boccioni, col fatto che il movimento è energia e piena espansione della materia e della vita. Ruotolo concepisce il colore non per la sua funzione dirompente: una funzione che, per dare vitalità allo slancio, sia costretta a squassare la forma. Questa, anzi, continua a vivere nella sua integrità ripetendosi nello spazio e assoggettando, in questa ripetizione, anche il tempo. In Ruotolo la fusione materiale non si accompagna mai alla dissoluzione delle cose, dall’interno, ma sembra che tutto non reclami che essere la materia. Nel turbinio di queste forme non c’è contradesse non fanno vacillare le nostre convinzioni. La materia, infatti, si affronta senza contrazioni né pregiudizi. Certo, nella visione di Ruotolo l’energia subisce uno scacco, ma è proprio mediante questo scacco che essa si risvecome coscienza. L’estrema imprecisione delle linee che si modificano col movimento non fa che sottolineare il carattere problematico della realtà. Infatti, è proprio nell’ “indecisione”, che riconosce come problematici (ossia capaci di caratterizzare come possibili i rapporti pensanti tra soggetto e predicato) i dati del reale, risiede la nota caratteristica del giudizio problematico. [ ... ]

(da: Figure in movimento nelle opere di Ruotolo, in “Paese Sera”, Napoli, 19 gennaio 1981)


GINO GRASSI

[ ... ] In questi ultimi anni Ruotolo ha tenuto pochissime mostre. I suoi lunghi silenzi non fanno ormai più notizia. Una personale di parecchi anni fa, presso lo stesso gallerista, dimostrò la forte personalità del pittore che, in quella occasione, esplodeva con una originalissima investigazione concettuale, tendenza che a Napoli, in quel tempo, aveva trovato, come esponente di genio e logicamente come anticipatore, il solo Pisani. Più tardi ancora Ruotolo mostrò di possedere l’unghiata del leone con alcune geniali trovate di decodificazione segnica ma poi il “leone”, che era dentro di lui, si addormentò. Dopo un altro lungo silenzio l’imprevedibile artista riapparve in una collettiva: ma era chiaro che stava facendo macchina indietro. In poche parole, Ruotolo cercava di recuperare, sic et simpliciter, vaghe tematiche espressionistiche e i quadri erano quelli classici di un artista in fase di transizione. Qualche mese fa Ruotolo ha presentato una trentina di disegni al “Club della grafica” in via dei Mille: una mostra dignitosa ma non eccezionale. Oggi Ruotolo torna a stupire con questa personale di pochissime opere ma di stupenda pittura. Come un fiume che ha trasportato nelle proprie acque gli ingredienti più diversi, la memoria di Ruotolo si risveglia all’improwiso e consente al pittore un ripescaggio di immagini straordinarie per capacità di sintesi e per originalità tonale. Ruotolo, che, come ho detto, per un certo periodo della propria ricerca aveva portato avanti un’operazione di decodificazione di segni storicizzati, riprende questa investigazione ma, questa volta, non in chiave decostruttiva. Il pittore ci offre immagini indimenticabili dì una pittura che sembra fatta a New York, non a Napoli. Segni che possosembrare elementi di un codice personalissimo ma che sono, nello stesso tempo, frammenti di una costruzione fantastica che il pittore ha smontato pezzo per pezzo, segno per segno, immagine per immagine per poi rinventarla a modo suo. Ogni elemento, preso isolatamente e sottoposto ad un processo analitico, torna a vivere una propria esistenza autonoma, e vive in un ritmo e in una cadenza diversi. [ ... ]

(da: I segnali di Ruotolo, in “Napoli Oggi”, maggio 1981)


MASSIMO BIGNARDI

[ ... ] Forse l’unico che resta fedele ad un più saldo rapporto con il politico, anche come fare e presenza dell’arte, è ErRuotolo: i suoi graffi sulla tela sono chiari riferimenti ad una pratica del “quotidiano”, del sobborgo, della sopravRuotolo imprime tensione ma anche e, soprattutto, invita all’analisi di una realtà stridente ed esclusiva.
Nel suo perentorio “(accuse!” vive una tensione che scardina l’ipocrisia di un’arte “domenicale” (Corbi): le sue stesure ed anche i riferimenti testuali ricordano Francis Bacon ed anche aspetti della pittura newyorkese degli anni Cinquanta, quella cultura che reagiva alla catastrofe della guerra. Difficile definirlo astratto: il campo operativo e vidi Ruotolo risponde in pieno ai crismi del realismo coubertiano. Quel riflettere sul suo impegno politico quale operatore estetico, confuso spesso per “momenti di pigrizia” o per una certa “fragilità psicologica”, riprende tono in opere quali Il disastro o Carousel di questi anni. Allegoria, ironia, ma soprattutto rabbia che si articola velocemente nei violenti cromatismi. La velocità regola la vita quotidiana, i suoi rapporti, le tensioni, offrendo poco tempo alla realtà di fissarsi sulla retina: un inaccettabile e repentino trasformarsi delle situazioni “dove il tempo è vissuto al passato”. [ ... ]

(da: Immaginario Riflesso, catalogo della mostra, Ed. dei Musei Provinciali del Salernitano, Salerno, 1982)


VITALIANO CORBI

Con questa sua mostra di opere realizzate dal 1978 ad oggi (galleria L’Ariete, via Manzoni 174) Errico Ruotolo non ha certo voluto offrire una rassegna esauriente dei risultati di oltre cinque anni di lavoro. Egli, però, presentando un numero limitato di dipinti e disegni, è riuscito a documentare alcuni momenti particolarmente significativi di una ricerca che col passare del tempo - e soprattutto dopo l’esperienza sul “territorio”, ispirata da un progetto di operatià estetica esercitata al di fuori dei confini tradizionali dell’arte, direttamente nel contesto sociale - è divenuta sempiù attenta ai problemi specifici del medium pittorico; ma con la consapevolezza, oramai saldamente acquisita anche attraverso quell’esperienza di forte partecipazione sociale, che non si può isolare l’aspetto tecnico-formale del linguaggio artistico dalla dimensione espressiva e dalla essenziale, per quanto mediata ed estremamente complessa, funzione referenziale. Le opere esposte possono essere divise in tre gruppi. Il primo comprende Campagna, del ‘78, De-precatio, dell’80 e Leopard, de1l’82. Questi dipinti, succedendosi l’un l’altro a distanza d’un biennio, mostrano il progressivo passaggio da schemi compositivi ordinati sulla superficie della tela per linee ortogonali, da una spazialità affidata ad una nitida articolazione di piani, attraversata però e talvolta turbata dagli effetti dinamici degli awenimenti rappresentati, verso una maggior libertà pittorica, che scardina definitivamente quell’impianto di lontana derivazione prospettica e lo risolve nel rapporto tra nuclei di densità cromatica e di valore luminoso diverso. Che questa possa essere una lettura legittima del per-corso compiuto da Ruotolo negli ultimi anni è confermato non solo da Leopard - dove, al di là dell’intenzione dichiarata dal titolo e riconoscibile in qualche elemento iconografico, s’awerte una sensazione di oscura minaccia provocata dalla vorticosa sfera d’ombra che s’espande fino a chiudere in sé l’intera immagine - quanto dai due grandi disegni del , e segnata mente da Emmaus. In questo l’artista napoletano, rifacendosi ad un celebre dipinto caravaggesco, ne riproduce due particolari con una trama disegnativa fittissima, tanto da dare l’impressione, a chi si limiti ad un’osservazione rawicinata, di aver voluto esibirsi in una prova di abilità imitativa. Ma, in realtà, quei due frammenti, in sé stessi di stretta e tradizionale osservanza figurativa, si isolano sul grande foglio bianco come due macchie d’ombra, due nuclei di un’immagine del passato che non potranno più riAnzi essi sembrano procedere verso la periferia di uno spazio invaso da una luce uniforme e assoluta, destinati rapidamente a scomparire. Il terzo gruppo di opere, in questa mostra, è costituito dalla serie degli /dentJkit, conclusa da quello della Spia, certamente il più bello e convincente, tracciato con una materia pittorica leggera e quasi consumata. Forse la rinuncia ad una caratterizzazione psicologica troppo esplicita del personaggio ha contriqui a liberare la fantasia dell’artista e gli ha consentito di riconquistare quella intensa, urlante felicità espressiva da lui già toccata nelle opere di una mostra vomerese del 1981 e in altri dipinti successivi. Ruotolo, del resto, sa bene che l’arte, come non può illudersi di un’azione diretta sulla realtà, così non può limitarsi a fare da specchio a questa. Con la sua pittura, tuttavia, Ruotolo induce a pensare che essa può aprire qualche spiraglio in quelle regioni della vita, dentro e fuori di noi, che appaiono oggi più oscure ed impenetrabili all’intelligenza.

(da: Realtà e immaginazione verso regioni oscure nella pittura di Errico Ruotolo, in “Paese Sera”, Napoli, 19 gennaio 1983)


GINO GRASSI

[ ... ] Il pittore, in quella mostra da Ganzerli, ci offriva, attraverso i simboli ricavati, immagini indimenticabili di una pittura che sembrava fatta a New York, non a Napoli. Segni, che sembrano labili elementi di una invenzione tutta soggettiva o frammenti di un codice personale, ma che erano, nello stesso tempo, premesse per una costruzione fantastica (ma, poggiata nella realtà) che Ruotolo s’è divertito ad edificare dopo aver smontato, pezzo per pezzo, ogni creazione precedente. Segno per segno, elemento per elemento, gradazione tonale per gradazione tonale, Ruotolo cavava dal cilindro, come un prestidigitatore, immagini inattese. Ogni piccola parte del tutto, sottratta al suo mondo precedente, tornava a vivere un’esistenza autonoma con ritmi e cadenze diversi. È evidente che, nonogli alti e i bassi di una natura estremamente introversa quanto sensibile agli awenimenti esterni; nonostante l’adesione integrale a schemi ideologici che possono dimostrarsi anche fuorviante; nonostante l’esigenza innata di contraddizione; nonostante tutti questi elementi forse non completamente negativi, ma certamente condizionanti, Errico Ruotolo rimane un artista di non comune abilità ed in possesso di un enorme potenziale creativo. Ruotolo era apparso sulla ribalta artistica napoletana agli inizi degli anni sessanta, precisamente in quella famosa collettiva di giovani talenti, organizzata dalla Pro motrice “Salvator Rosa” nel 1961. Questa mostra aveva fatto conoscere ai napoletani i più bravi allievi di Notte appartenenti alla terza generazione, cioè a quella succeduta alla generazione dei De Stefano, dei Lippi e dei Barisani. E appunto De Stefano fu, assieme a Raffaello Causa, uno dei più convinti promotori di questa manifestazione che portò al ‘proscenio’, assieme ad Alfano, Pisani, Di Ruggiero, Pirozzi, Palumed altri, il giovanissimo Errico Ruotolo era già divenuto uno dei protagonisti della battaglia per il rinnovamento delle arti a Napoli. Se è vero che da quel tempo Ruotolo non smise mai il proprio impegno politico nelle file di un partito di estrema sinistra, è anche da riconoscere che il geniale pittore non fece mai pesare le sue convinzioni nell’elaborazione dei temi artistici che portò avanti con maggiore decisione. Ruotolo esordì nel pieno dominio del’informale. Spinosa, Barisani, Del Pezzo, Bugli, Di Ruggero, Emblema, Pisani, lo stesso De Stefano (che aveva dato vita ad un particolare tipo di Espressionismo astratto), e tra gli anziani Corrado Russo, erano, ciascuno a suo modo, intervenuti nel dibattito sull’lnformale con invenzioni personali. Ma tra costoro furono i più giovani (e tra di essi Ruotolo) a condurre gli esperimenti più liberi, talvolta sbagliando o esagerando ma, certamente, recando un valido contributo allo svecchiamento artistico della città. Ruotolo assieme a Bugli e Barisani si dimostrò uno dei più fervidi, più fantasiosi e più coraggiosi giovani artisti italiani di questo periodo; i suoi dipinti (per lo più tempere ed acquadiedero all’lnformale napoletano una svolta sia per l’originale uso del colore che per la varietà dei temi presi a motivo delle opere. Pittore di personali caratteristiche segniche, il Ruotolo dell’inizio degli anni sessanta si divertì a dare vita sulla tela alle più varie manifestazioni di naturalismo astratto non soltanto per l’accertata originalità di un segno che si riduceva a scrittura ma anche per la capacità di invenzione che lo conduceva a dipingere in maniera venuova. Scrisse di Ruotolo Lea Vergine: “Una possibilità di racconto in termini di colore, una successione di presenze luminose animano le tele di Ruotolo, insieme ad una notevole suggestione lirica. Una atmosfera rarefatta che trascende l’esperienza immediata pur essendo vagamente ricettiva del reale ... “. Gli ultimi vent’anni sono passati per Ruotolo tra pigrizia e grandi prove. Un personaggio, Ruotolo, che sembra conseguire nella sua innata ironia il distacco dalla città per l’affermazione della sua pittura.

(da: Un Ruotolo emgmatico tra genialità e pigrizia, in “Napoli Oggi”, 26 gennaio 1983)


VITALIANO CORBI

Se i cronisti dell’arte mostrassero un’attenzione maggiore per le opere degli artisti che non per la cornice mondana e per il gioco degli interessi non propriamente culturali alimentato dai numerosi faccendieri che operano purtropin questo settore, non accadrebbe di vedere ignorati così spesso awenimenti di indubbio rilievo, che hanno il torto di non rientrare in quella rete di interessi. Un esempio è la personale di Errico Ruotolo al Triagono di Nola. L’artista napoletano sta conducendo da alcuni anni un’originale ricerca pittorica, con risultati che sono di grande libertà espressiva e insieme di rigorosa e limpida formulazione linguistica. Con le sue bianche tele invase dalla luce e attraversate da forme in rapido e trascolorante movimento, con la sua capacità di scandire nello spazio illusorio della pittura il ritmo del tempo vissuto, le cadute della memoria e gli slanci dell’immaginazione, la ricerca di Ruotolo costituisce uno dei movimenti più vivi dell’arte napoletana. La quale continua a rivelare, nella notevole ricchezza delle sue articolazioni, un’autentica apertura internazionale, ben oltre la cerchia di quei quattro o cinque pittori inseriti in una reclamizzata, ma già logora linea di prodotti giovanili .

(da: Un artista e la sua critica distratta, in “Paese Sera”, marzo )


LUIGI PAOlO FINIZIO

[ ... ] modi di rapida, veloce definizione del campo d’immagine nutrono la pittura di Ruotolo. In che modo ossia si possa per forme visive dare segno al repentino lampeggiare di un dato di percezione, di un riflesso rimbalzato su di una superficie e al suo corposo rifrangersi al gioco di luci, è quanto caratterizza l’ultima pittura di Ruotolo. Una vivace elaborazione che riattinge alle proprie dizioni di pittura ma che ha assunto originali cadenze per l’estrema resa di luce e colore. Poiché non è certo difficile intrawedere nei lavori realizzati in questi anni una specifica definidel campo pittorico in termini di energia fotoelettrica. All’uso corrente di rapide tecnologie d’immagine può corrispondere una immaginazione visiva accelerata, in cui il segno, la configurazione seguono le interne selezioni di comunicazione. L’elisione, la sintesi appartengono all’economia di visione, alla puntualità evidente di un pensiero che la sottende. Un’altra convenzionalità, come gli effetti di una diffusa e consumata ideologia possono veicolarsi attraverso le tracce iconiche di un patrimonio visivo, sia questo composto di emblemi ritrattistici, di figurazioni da rotocalco, di grafie d’alfabeti, eccetera. L’intreccio di precetti, di configurazioni ora di memoria ora di riscontro crosi assommano nella congiunzione che Ruotolo stabilisce sul campo d’immagine. Sono tracce, sequenze che portano con sé il transito di visione, l’appalesarsi sulla retina, come sulla tela, con le proprie finzioni di spazio, di ambiguità percettive nel flusso del loro divenire. Il gioco delle maculazioni cromatiche corrisponde al contrappunto, allo scorrimento di una rimemorata visione, del suo interporsi all’evento flagrante dinanzi agli occhi. Si vedano qui Figura con volatile (1982), Riflessi (1982), Leopard (1982), Girasole (1982), sono immagini catturate all’affluvio della luce, al suo ripiegare sul senso di rifrazioni mentali, immagini veloci, dunque, in cui pensiero e visione si intercome solo può accadere nelle tracce che la mano dell’artista trasferisce sulla tela.

(da: Plexus ‘83. Pittori e scultori in Campania, I.G.E.I., Napoli )


ELA CAROLI

[ ... ] Nella composizione del dipinto è infatti predominante la figura mitica della Nike, la dea alata della Vittoria, che spicca il volo al di sopra delle onde, ed elementi di lucida ironia: un’arma giocattolo e una palla coloratissima. Lo stile di Ruotolo è un dinamicismo lucido e razionale, impetuoso e vivamente cromatico come quello di un moBoccioni, decantato però e rarefatto, con stesure taglienti e trasparenti di colore quasi allo stato puro. Quella presente nei suoi quadri è una realtà catturata in velocità e trasfigurata per simboli, in un linguaggio contratto ed essenziale come una sintesi. Linee e tratti rapidi ma resi analitica mente, giocano a intersecarsi tra loro in un discorso che traduce le immagini in segnali luminosi, che corrono come su uno schermo cinematografico, e si sovrappongoin “dissolvenze incrociate” effimere in apparenza ma che lasciano tracce nell’inconscio. [ ... ]

(da: Un quadro di Ruotolo alla redazione dell’Unita, in “l’Unità”, Napoli, gennaio )


ELA CAROLI

Il doppio gioco del sensibile e della percezione veloce. La definizione impossibile. La pittura come schermo e gioco di riflessi. L’intreccio e il contrapporsi di dinamismi inarrestabili. Il pensiero come azione. Il gesto come energia vitale e propulsione, la luce come colore.

(da: Il doppio e il gioco - sedici proposte di illusione, catalogo della mostra, Pomigliano d’Arco, )


MASSIMO BIGNARDI

[ ... ] Il tempo e il colore sono i dati salienti emergenti dalla ricerca che Errico Ruotolo ha attivato in un arco di tempo lunghissimo, più che ventennale, in un continuo e frenetico sperimentare di tecniche e di linguaggi. Una ricerca che verifica alla sua base un rapporto diretto e sofferto con la città, con il perimetro della propria esistenza. È nella Napoli del dopoguerra ove Ruotolo trova gli elementi per la sua analisi, in quella città tra il “passato” e il “moderno”, intrinartistica, superando quel limite dell’estetica idealistica, facendo assurgere l’opera d’arte ad espressione di un complesso di tensioni e stratificazioni sociali: quello che da tempo Argan sottolinea quale “espressione di una somma di componenti non necessariamente concentrata in una persona o in un’epoca”. La Napoli di Ruotolo spazia dalla periferia di San Giovanni alle ciminiere di Bagnoli, allungo “vivaio umano” di Spaccanapoli, sino ad immernella densa luce delle vetrate di Santa Chiara. È quella tinta omogenea che colora i muri, tra il grigio e il verde, fornendo la base a gran parte delle sue opere, sia quelle di concretezza oggettuale realizzate negli anni Sessanta (e penso a Edificio, 1962, o L’impallinato del 1965) o anche influenzate dalla Pop-art, un po’ alla Kitaj, con una vena narrativa ed ironica, come per le figure di Defiler (1967), sino alle opere di recupero figurale, come Abbraccio capo(1978), La vedova, La maschera realizzate sullo scadere degli anni Settanta. È il colore dello spazio esistenziale, ove si verifica il conflitto quotidiano, dal quale l’artista preleva gli elementi per il proprio immaginario: si badi bene che esso non è il riproporre di un definito spazio, non è cioè assunto come scena o fondale sul quale far muovere il teatro di vita. È un alone indefinito, quasi una sorta di pulviscolo che solidifica l’aria, colorando gli spazi tra i piani, amalgamando in un tutt’uno i diversi momenti e le azioni. Ruotolo giunge con la retina a contatto con il “muro” (leggendo Sartre): preleva, quindi, dalla poetica informale l’elemento principale; lo schermo sul quale si proietta la nostra esistenza. Su di esso analizza segni minimi, intimi, ermetici o disegnanti sagome, come ombre, o con oggetti prelevati dall’imagerie quotidiana, ricostruiti con l’affabilità delle “mani”. Nasce così l’immagine che è prima di tutto attualità: verifica attenta di una situazione esistenziale, lasciando via libera al grande possesso di un osservare in continuo aggiornamento. Da questo la sua rinuncia a definire, in uno schema di linguaggio acquisito, la sua ricerca, per aprirsi a continue sperimentazioni di tecniche ma anche e soprattutto di espressioni. [ ... ]

(da: ll tempo, il colore, catalogo della mostra, Teggiano, 1984 )


ENRICO CRISPOLTI

[ ... ] Non presentazioni d’immagini, infatti, le sue, ma di situazioni; non dunque isolate evidenze d’immagine, ma contestualità dinamiche appunto di accadimenti. Ed è questo il suo particolare realismo, e la sua stessa particolare disposizione narrativa (altro aspetto in verità ricorrente nel suo lavoro). Ne viene che questo suo singolare realismo consiste in realtà nella forza d’attualità di una attenzione sostanzialmente evocativa. Ma che egli proprio è capace di insinuare appunto interamente nello spessore dell’evento che ti pare quasi di poter cogliere sul vivo, nella tela. E l’evocazione vuoi dire in realtà liberazione immaginativa totale, esercitando quella capacità di trasgressione di qualsiasi limite imposto alla corrispondenza diretta (che non significa però immediata, nel senso di irriflessa, istine magari incolta e abbandonata) a sollecitazioni del proprio livello di esistenza, individuale e sociale, nel quale Ruotolo come uomo è intensamente e appassionatamente (con la sua tipica irrinunciabile ironia, però anche) imLa pittura di Ruotolo vuole essere un commento in presa immaginativa diretta della eventicità quotidiana della vita del cittadino, con i suoi assottigliati spessori emotivi, con i suoi timori e terrori, con i suoi ricordi, e i suoi incanti. Ruotolo è pittore di libertà e di piena vita dei sensi e della ragione.

(da: Un paragrafo per Ruotolo, presentazione al catalogo della mostra Il tempo, il colore, Teggiano, 1984 )


VITALIANO CORBI

[ ... ] le sue strutture visive, sia che catturino un frammento luminoso di cielo, sia che esibiscano una tagliente profimeccanica, suggeriscono sempre una percezione rapida e mutevole delle distanze e per questo soprattutto rimandano all’esperienza dello spazio urbano e, si direbbe, del suo attraversa mento veloce. Il dinamismo che caratla pittura di Ruotolo ha, però, anche una sua qualità più interna al segno, che se non può definirsi in termini di “gestualità”, deriva dalla capacità, che Ruotolo possiede in misura dawero eccezionale, di caricare di energie e di vitalità il segno pittorico, senza far precipitare i tempi di esecuzione dell’opera in una incontrollabile immediatezza espressiva. Nei ritratti, che della mostra costituiscono la maggiore novità, l’inserimento della figura nello spazio awiene con ritmi più ampi e pausati. L’artista evita che la rappresentazione si organizzi e si blocchi intorno ad un unico asse centrale, ricorrendo a piccole ma decisive asimmetrie compositive e allo slitta mento dei piani cromatici, che tagliano la forma e la fanno esplodere, talvolta, in serpeggianti scie luminose. Cosi nel Ritratto di Cerardo Di
Fiore la lunga sciarpa diventa una lingua infuocata che accende I rossi del volto e delle mani, prima di perdersi nella profondità dello spazio che essa stessa apre, scattando dalla base del quadro, in primissimo piano.[ ... ]

(da: La luce dell’immagine sul palcoscenico della realtà, in “Paese Sera”, Napoli, agosto 1984)


MAURIZIO VITIELLO

Le opere di Errico Ruotolo vibrano di luci e si alimentano di tagli arditi. Le persone raccontate sulla tela appartengoalla vita culturale della città e alla cerchia di amicizie di Ruotolo. Ogni quadro non solo è un ritratto sui generis, ma rappresenta una personale interpretazione delle personalità fissate. Ruotolo si conferma pittore attento alla vita della città e per raccontare l’evoluzione della sua pittura ben ha scelto puntando su personaggi che hanno qualcosa da dire. I quadri sono cromaticamente esatti e suggestivi, ricchi di un certo fascino esistenziale .

(da: Errico Ruotolo a Teggiano, in “Verso l’Arte”, n. 25-26, settembre-ottobre 1984)


ADA PATRIZIA FIORILLO

[ ... ] Riconsiderazione di un ampio repertorio fenomenologico per il quale l’immagine di Errico Ruotolo si connota come un insieme di segni, figure, gesti che valgono quale presa di coscienza del suo essere presente nella società e nella storia. È quel senso di profonda carica esistenziale che caratterizza la più pura ricerca informale, un calarsi nel mondo. [ ... ]

(da: Emozionalità del quotidiano, Ed. Il Campo, Cava de’ Tirreni, 1986)


ADA PATRIZIA FIORILLO

[ ... ] In sostanza sono le componenti che, unitamente al colore offerto con una densità materica e corposa, si ritrosulle tele; queste ultime realizzate, proprio nel momento di generale “ritorno alla pittura”, con un maggior dinamismo, mediante l’uso di una gestualità segnica che diventa caratteristica costante dei lavori eseguiti dal sorgere di questo decennio. In essi il riferimento più immediato è il circostante, nel delinearsi dell’immagine, quale proiedi uno scenario esistenziale, luogo questo delle acquisizioni e delle perdite, di un ordito di gesti e di azioni, di un colore che si solidifica e che svanisce. Appare evidente allora che il ricorso al Wòlfflin, pur mostrandosi valido nei termini di una lettura formale, debba venire ad integrarsi con quella visione che fu di Panofsky e poi della critica successiva, per la quale lo stile di un artista è prodotto dell’animo, di una realtà interpretata più che vista. Potremdire uno spazio di esistenza che, al di là della forma, impregna di una stessa carica tensiva sia i disegni che i dipinti. È lo spazio del quotidiano, quello del suo rapporto con la città, vissuto al chiuso di uno studio o in un’aperta partecipazione al sociale. È lo stesso che ha attraversato, nel corso della sua ventennale esperienza artistica, le fasi di sperimentazioni delle più svariate tecniche e modi di linguaggio espressivo. Un immaginario, dunque, fatto di rimmemoriali, di tensioni emotive, di effluvi di corale e sofferta partecipazione al presente. Nel suo studio, infatti, Ruotolo continua a lavorare. Disegna, dipinge, stende i segnali del suo operato, fa rivivere i pensieri che ingombrano la mente di notte, nella ricerca affannosa di sempre: la verità. È il dispiegarsi di un dialogo continuo e costante, che ascolta i battiti del cuore, smuove le ombre dalla coscienza. Un calarsi, quindi nel presente quale sintomo di un modo di essere. Che il mezzo allora sia una traccia disegnativa o un impasto cromatico e gestuale, poco importa. Ciò è conferma come ebbe a dire il Longhi che «l’opera d’arte è sempre un capolavoro squisitamente ‘relativo’. L’opera non sta mai da sola è sempre un rapporto».

(da: Errico Ruotolo, catalogo della mostra, Cava de’ Tirreni, 1987)


ARCANGELO IZZO

[ ... ] Per Ruotolo, invece, l’ “aperto” è assoluta incertezza, di cui mai su alcun viso e in alcuno sguardo si scorge il riflesso, perché ogni rispecchiamento già viene da una realtà figurata; è implosione non aggiunzione; si pratica per “mettere” e per “levare”, perché il proprio mondo comincia accanto alle cose e per le cose. In una mostra “vesuviana” del Ruotolo, occupando lo spazio di una “Stanza”, escludeva la possibilità di un allestimento per evidenziare che l’opera implica una circostanza, una riflessione, un pensiero ossessivo, un fatto, delle sensazioni e il tempo di quei momenti. «Le cose manipolate, appunto, potrebbero portare ad eventuali distrazioni se non fossero annullate dall’estremo rigore cromatico e dall’uso corretto del linguaggio». Awicinarsi ali’ “aperto” come qualcosa di sicuro, sarebbe significato essere certi di non coglierlo o presumere di sovraccaricarlo di segni eccessivi, di sottonegative e quindi anonime. L’equivoco è nato dal fatto che Ruotolo ha lasciato covare esotericamente la difesa vangoghiana del dubbio, riaffermandola nella speranza piuttosto che nell’angoscia, per cui si è visto prevalere in lui il segno, il gesto, la maniera dinamica del suo cromatismo. [ ... ]

(da: Napoli scultura, catalogo della mostra, Napoli, )


ADA PATRIZIA FIORILLO

Ho un referente immediato guardando l’ultimo lavoro di Errico Ruotolo, una scultura in legno, titolata Windscape e modulata in tre blocchi che sembrano essersi scuciti da un’unica parete. Il richiamo, infatti, mi è offerto da quel dipinto, visto all’inizio dello scorso inverno nel suo studio, dal titolo Paesaggio napoletano, realizzato su due tele separate, ove ai tratti pittorici si affiancavano, in una sorta di unità compositiva, piccoli listelli di legno dipinti e assemin un tratteggio nervoso e spezzato. C’è la possibilità allora, guardando questa sua scultura, di riferirsi non solo a quel dipinto cui lo accomuna peraltro la motivazione tematica di fondo, quanto di spingersi ad una annotazione di accertata verifica: vale a dire propensione alla tridimensionalità, caratteristica costante della ricerca dell’artista. Essa però, si badi, non tende ad una vera appropriazione dello spazio fisico quanto alla simulazione di esso che è poi tendenza assimilabile al superamento di ogni precipua specificità. Una declinazione già verifica bile in anni passati e che ora tende con questa scultura ad una più puntuale definizione. In sostanza Ruotolo non invade lo spazio, ma sottrae dallo spazio, dipingendo una realtà che è scenario urbano, rapporto quotidiano con la città: la Napoli amata ed odiata, di cui riconosce le crepe, i malanni, quella cancrenosa e precaria immobilità. Come segnali rotti e spezzati vivono, infatti, questi legni fatiscenti, queste finestre, attraverso le quali gli spiragli si aprono uguali. È quanto Ruotolo osserva dall’alto del suo studio, quanto egli non ama, ciò che ingombra la sua mente di notte, che riempie di affanno il suo essere presente, che apre al suo dialogo con la coscienza, che lo induce suo malgrado a scappare.

(da: I luoghi della scultura, catalogo della mostra, Treia, )


MASSIMO BIGNARDI

L’urgenza di «lasciare che l’essere sia» (Heidegger) è certamente l’assunto sul quale Ruotolo instaura il rapporto con il quotidiano. Una libertà espressiva intesa quale necessità per organizzare, attraverso il filo delle immagini, l’unico rapporto possibile con la società. Quest’ultima è, per l’artista, il luogo ove l’inverosimile, il non senso, l’inumano (il caos) trovano un loro ordine razionale. Lo spazio della tela diviene non più un campo di proiezione, sul quale rovesciare la “mimesi” o inseguire gli astratti fantasmi che popolano la psiche, bensì una sorta di satellite sul quale lanciare dei segnali di vita e dal quale ricevere segnali di vita. È, in sintesi, per l’artista, l’unico aggancio (inteso come collegamento di due elementi contigui) possibile con il mondo esterno. Da ciò deriva quella libertà che lo porta a spaziare tra la pittura e la scultura, tra l’impalpabile luogo mentale della prima e la consistenza oggettuale propria della seconda. Ruotolo non concede mediazioni alla metafora, né accetta di ridurre l’atto creativo a puro atto estetila “creatività” è per l’artista una forza deterrente, perché è il luogo nel quale la coscienza critica prende atto della sua presenza storica.

(da: The Modernity of Lyrism, catalogo della mostra, Gummesons Konstgalleri, Stoccolma, Svezia, e Joensuu Art Museum, Joensuu, Finlandia, )


ANGELA TECCE

In coincidenza con l’inizio del nuovo anno lo Studio Morra propone una mostra dedicata ad Errico Ruotolo, artista napoletano i cui inizi si radicano nella temperie culturale degli anni Settanta e che da allora ha proseguito nelle sue ricerche, tracciando un percorso di rigorosa coerenza. Punto di partenza del suo lavoro è una lucida riflessione sui mezzi specifici dell’operare artistico in stretta contiguità con problematiche ed awenlmenti della realtà e della socieà con-temporanee: significativo in tal senso è il fatto che la mostra sia introdotta da una foto di un’opera distrutta del 1969-70, Il sogno, nella quale una sorta di leggera struttura tubolare cubica aveva come fuoco un grande occhio sul quale venivano proiettati film di indiani ed al quale si contrapponeva, dall’altro lato, una testa in gesso, di cui erano visibili gli ingranaggi interni, ma dai lineamenti confusi. Frammenti di storia emotiva e di immaginario sono posti in un ambiente che nulla ha più del chiuso dello spazio della tela e dello specifico tradizionale dell’arte.
Dopo una rapida ricognizione sul lavoro degli anni ‘70, il nucleo fondamentale delle opere presentate da Morra appartiene agli anni ‘80 e ai primi anni ‘90. Sono lavori nei quali l’artista combina sapiente manualità pittorica e disegnativa con l’uso di materiali diversi, come tubolari di ferro o pezzi di legno dalle forme disparate.

(da: Le gallerie, in “Il Giornale dell’arte”, n. 118, gennaio 1994)


RICCARDO NOTTE

Si è inaugurata ieri la personale di Errico Ruotolo alla Galleria Morra. È un omaggio che segue quelli che Morra ha voluto dedicare a Gianni Pisani e a Domenico Spinosa. Segno che dietro alla piacevole occasione che ci è offerta per ridiscutere e conoscere l’opera di uno fra i più interessanti sperimentalisti partenopei dell’ultimo trentennio si cela la volontà di difendere le nostre radici culturali, i nostri valori, le nostre tradizioni, in una parola, la nostra storia. Perché di storia si deve parlare trattando di Ruotolo, artista che a Napoli si formò in seno all’Accademia di Belle Arti, respirando lo stesso clima che aveva stimolato gli esordi di Mario Persico, di Del Pezzo, di Fergola, di Biasi, di Carlo Alfano. Di lì a poco l’Accademia avrebbe vissuto un periodo d’oscurità, com’è noto; ma in quei giorni Ruotolo aveva già lasciato gli ormeggi, tentando le difficili suggestioni di un luministico informale che furono notate anche da Lea Vergine, e delle quali permane qualche traccia memoriale nelle tele recenti. Tuttavia, anche in questa picma significativa mostra, non potevano mancare alcune opere dei primi anni Settanta in cui l’artista si cimentò con altri aspetti della ricerca di questo decennio. Con il versante oggettuale, per esempio, esteso fino alla purezza quasi modulare di La fine del mondo secondo Talete; ma anche quello verbo-visivo, se non addirittura concettuale, come in Lo spettro - nero su nero, del 1975. O come nell’ancora attuale Autontratto con cravatta rossa, in cui il personaggio appena abbozzato fa da sfondo alla rapida sequenza di immagini proiettate mediante una vecchia macchina su per-otto. Se Ruotolo prendeva l’idea della destrutturazione del segno dal variegato arcipelago della poesia visiva, egli tuttavia non mancava mai di ricostruire l’unità dell’opera secondo i canoni di una narrazione calda, mediterranea, perfino tragica, ma sempre personale, sempre attenta all’identificazione di una sensazione o di una situazione. Senza rotture arriviamo così alle opere più recenti, che a giudizio di Enrico Crispolti costituiscono un caso nell’ambito della situazione artistica locale. Esse, infatti, denunciano una libertà di ricerca « ... che non trova facili riscontri nell’area napoletana, ove invece più frequenti e tipiche sono le fedeltà a definiti “luoghi” del proprio immaginario». Poiché nell’arte di Ruotolo le confluenze sono la regola, bisogna evitare di trattarne seguendo il falso problema dello “stile”. Il quale, del resto, da oltre un ventennio non è più materia di dottrina. Nel ‘92 Ruotolo crea From ... to, che è un pannello sul mito del tempo realizzato con consumata semplicità. Dovremmo parlare di suggestioni tratte dal mondo di Not Vital o da quello di Nancy Graves solo per la presenza di un cammell07 Docitare i suprematisti per il quadrato? E Cy Twombly per la scritta quasi calligrafica Assurdo. E infatti il senso dell’opera risiede negli elementi dissonanti, come nella scritta che invade la terza dimensione, o nell’orologio che computa il tempo in senso antiorario. Analogamente, nel Laocoonte, dell’83, gli echi boccioniani delle forme uniche nella continuità dello spazio non servono che a imprimere dinamismo alle superfici. Come nel grande paesaggio napoletano de1l’88, giocato su tutti I contrasti possibili e che sembra - scrive Luigi Castellano - « ... la riuscita unità di un segno profetico, visionario, eccitato dall’interrogarsi di una fusione di voci, di venti, di luoghi che urleranno tutta la nostra rabbia per sempre».

(da: Profeta nei luoghi della rabbia, in “Il Giornale di Napoli”, 28 gennaio 1994)


LUCA (LUIGI CASTELLANO)

[ ... ] un modo di inaugurare rapporti indenni da semplificazioni come da particolari interventi che ritornano, in queste sue opere, tra automatismi da carillon e le congeniali perversità di un tempo, il suo andare si trasforma in una strega in cerca d’immediatezze naif, capaci di coniugare elementi scomposti, autonomi, appellati artifici di nuovi, opportuni luoghi del nominare, vitalità estrema, esagerata, disomogenea per accumulazioni ripetitive, lontane dalla felicità del farsi dell’arte. Ruotolo inaugura qUI un segno - paternità per riprodursi, conservando nelle nuove “edizioni”, rimontate in accordo alle immutabili basi della memoria, un segno che è giudizio, raffronto, emozione di rivisitane continua, una - rivisitazione - in fuga sulla scena di tele bianche, traforate da astratte finestre a corredo di un giuoco della vita, ritmato da apparizioni scavate da prove in grado d’imporsi e sorprese, sempre più riconoscibili e mediate da vocalità assunte per - figure - d’incanta mento, ci sono opere recenti che si avanzano come esposizioni - contrasti verso la fine del secolo, rara e complessa alternanza di segni, risposta alle difficoltà dell’esprimere dramintenzioni, con la forza di sentimenti che la violenza destinò ad illustrare ossessioni e riconoscimenti, contro il depositario proliferante, spiazzato verso il futuro tra ruderi sbrecciati dall’accumulare oltre le macerie dei secoli, le immagini con data anni novanta, vogliono solo continuare ad unire più praticanti oltre la necessità di cambiare varianti di scena, gesto grande, per tenersi dentro tutta l’identità con una condizione posta al centro della forza di pensieri, di folgorazioni crescenti, affinché non ritorni il momento in cui tutto fu detto e esaurito, forme primarie ed eventi, dove l’artista si svolge e verifica il suo procedere vivendo qui, tra folle di straccioni affamati e ladroni già segnati dalla condanna, vaganti ancora in teatri attigui tra puttane scabbiose e femmine incinte, dove i cani di vecchi e nuovi tiranni portano a monologhi disperati, invenzioni del fluire del tempo, integrate dalla natura e dall’inconscio, tra cattedrali formicolanti d’armonie dolorose e perverse; nuova distinzione per futuri racconti di viaggi lunghi, prinestremo ed awentura tra i fragori della città, chiusa da incandescenze continue di illegibilità rese frammenti, chiamati da Ruotolo a testimoniare per altre scritture, nella riuscita unità di un segno profetico, visionario, eccitato dall’interrogarsi in una fusione di voci, di venti, di luoghi che urleranno tutta la nostra rabbia per sempre.

(da Foglio/Catalogo, presentazione di Luca, personale allo Studio Morra, gennaio 1994)


MASSIMO BIGNARDI

[ ... ] Per Errico Ruotolo la superficie piana (metafora della parete o del muro), che il mattone ha la possibilità di reasi presenta come un campo di ulteriori sperimentazioni: innanzitutto la tenuta della corsiva capacità narrativa del segno, affidato quest’ultimo alla sensibilità dell’argilla, alla disponibilità ad accogliere le vibrazioni emotive; poi la possibilità che le sagome hanno di diventare forme e volumi, quindi di dar vita ad un corpo. È proprio sulla riscovitalità (intesa, come epifania della forma) dei rilievi che Ruotolo insiste: l’artista napoletano sonda un’ulteriore strada a quell’ “Idea” di corpo della pittura che da anni, ormai da quasi quarant’anni e penso all’opera L’impallinato, sobilla il suo lavoro. [ ... ]

(da: Architetture delle fornaCi; catalogo della mostra, Anfiteatro romano di Lucera, 1998, Electa, Napoli, 1998)

ELA CAROLI

[ ... ] Errico Ruotolo ingrandisce, rendendole più materiche, le sue tele concitate, frenetiche, fatte di campiture di colore quasi plastificato, freddo come una superficie lunare su cui sono impresse spaventose orme umane; e i suoi “paesaggi” sono archivi di memorie incasellate. [ ... ]

(da: I “viaggiatori senza bagaglio” producono arte nella stazione di Pietrarsa, in “Corriere del Mezzogiorno”, 8 aprile 1999)


ELVIRA PROCACCINI


[ ... ] L’opera di Ruotolo è un universo in movimento: gli elementi sembrano sottoposti ad input frenetici che solo a tratti si placano: lungo il corso circolare dello sguardo, tutto ritorna turbine, spirale, ogni cosa va di nuovo alla ricerca della quiete, di una collocazione magari prowisoria ... Eccezionale metafora della perenne ricerca dell’arte e dell’umano.[ ... ]
(da: Solo l’arte è ormai in grado di amare la natura, in “Metropolis Cultura”, luglio 1999)


ELA CAROLI

[ ... ] Errico Ruotolo, da sernpre abituato ad auscultare con fine orecchio i suoni della metropoli traducendoli in imsussultorie, si immerge ora in una sorta di limbo, in cui compare l’elemento del silenzio, della sospensione: grigi dolcissimi si alternano a inserti rnaterici, a bruciature fatte con la fiamma di una candela, a segnare la distanza che l’artista ha preso dalla città, in quella che chiama felicemente la sua “trincea”. [ ... ]

(da: “Paesaggi del Silenzio’; l’arte n’scopre il fascino della natura, in “Corriere del Mezzogiorno”, 29 luglio 1999)


FRANCESCO CIPRIANO

[ ... ] Errico Ruotolo ha disegnato un paesaggio di piani incurvati che confondono gli evocabili elementi figurali - onde, vele, vento, fiori, uccelli, astri - in un movimento ascendente. Le forme sembrano piegarsi entrando e uscendo dallo spazio, aperte al vuoto e generando vuoti. E una preghiera immaginale che s’innalza, leggera eppur complessa, verso l’origine della memoria, incontro al mistero della natura creatrice.

(da: Symbola, sculture per il cielo, catalogo della mostra, Agerola, 1999-2000)


VITALIANO CORBI


[u.] Quel che sembra venirci incontro è, infatti, l’intero mondo della pittura di Ruotolo, con le idee e le passioni civili che da quasi cinquant’anni la animano e che ora si direbbero tutte confluite in queste grandi opere del 2000: nella moltitudine dei volti perduti tra i grigi di Desapareodos e nella policromia di quelli trasformati in una gioiosa tavonel turbinio festoso delle bandiere nazionali, distribuito tutt’intorno al grande silenzio bianco di Etnie; nella finestra socchiusa sui desideri e sulle memorie, nel rimescolio delle luci della natura e delle ombre di un interno di Camera oscura; nei simboli della violenza e della paura che sovrastano i blu e i neri profondi di No ware, infine, nei trasalimenti di una quotidianità minacciata dalla monotonia delle serie numeriche e dal ritmo ripetitivo delle icone di Andata e ntorno. Ma prima di quest’ultima tappa s’incontrano, nelle sale precedenti, situazioni diverse. S’incomincia con alcuni quadri d’una decina di anni fa - straordinari combine paintings che amalgamano nella densità degli impasti pittorici i più disparati materiali ed oggetti - e si arriva ai sessanta paesaggi nel paesaggio del (il titolo dell’opera è, appunto, Paesaggio-paesaggi) che costringono lo sguardo ad oscillare ritmicamente dai particolari al campo totale. Questo respiro dell’immagine, facendo emergere alcune ricorrenze iconografiche, rende più evidente la coincidenza, nell’arte di Ruotolo, dei segni del vissuto esistenziale con quelli dello spazio urbano. E conferma come la ricerca di quest’artista, schivo e appartato, ma autentico e certamente tra i nostri maggiori, continui a rinnonel dialogo con la città, al di fuori dei luoghi comuni della napoletanità. [u.]

(da: Spettacolare Ruotolo al Palazzo Spagnuolo, in “la Repubblica”, 10 dicembre 2000)


NINO TRICARICO

[u.] Una testa di bue -le corna sono separate da una scala a pioli sgangherata che restringe verso l’alto - di Errico Ruotolo, per richiamare l’attenzione alla mucca pazza, metafora della follia del genere umano e dell’impervia e dolorosa ascesa verso una spiritualità senza bisogno di amuleti e scaccia malocchio. Come nel “Barone Rampante” di Calvino, qui è il desiderio di collocarsi in una condizione di privilegio superiore per indicare un percorso etico da affidare alle coscienze degli uomini e non a dei simboli, che pure nella loro variegata forma non sono capaci di ridisegnare il mondo. [u.]

(da: Corni d’autore, la superstizione, in “la Nuova Basilicata”, giugno 2001)


DONATElLA GALLONE

[u.] Errico ha bisogno di commuoversi e riflettere. Convinto com’è che l’artista debba farsi guidare dalle proprie emozioni, non dal mercato. In un Paese dove l’arte moderna ha vita difficile, dove non esiste un piano nazionale che la pone in primo piano come in Spagna ... Dove può essere commissariata dalla politica. Come succede a Napoli. Qui i politici decidono tutto loro: cosa fare o non fareu. Ma non possono cancellare le idee. Quelle non muoiono. Aggrappate alla rabbia del pensiero. Pensiero d’artista.

(da: Ritratti d’autore. Galleria napoletana del novecento, SUK Libri, Napoli, 2003)


STEFANO DE STEFANO


[ ... ] Analoga operazione, almeno dal punto di vista cronologico, la propone Errico Ruotolo, che fra anni ‘70 e 2000 conferma un itinerario pittorico fortemente intriso di impegno politico-sociale, come dimostra il ciclo intitolato La non violenza, che comprende Lo spettro, Cadaveri e due tele con su applicati morsetti che ricordano gli antichi strudi tortura usati dai Franchisti in Spagna. Notevoli episodi di pittura, datati primi anni ‘80, appaiono poi Caffè, ispirato al suo soggiorno parigino, e Il ntratto di Carlo Alfano, omaggio all’amico artista quando era ancora in vita, ripreso in due atteggiamenti significativi: quello pubblico ed estroverso e quello intimista, personale e schivo. Infine il 2000 segna il ritorno all’impegno con due grandi tele, No ware Los desapareodos, in cui domina il grigio Guernica (nel primo caso) e una replica esponenziale e “garzata” di nuove Sindoni del tempo presente. [ ... ]

(da: Di Ruggiero, Ruotolo e Del Vecchio al Grenoble, in “Corriere del Mezzogiorno”, 27 marzo 2003)


CLORINDA IRACE

Errico Ruotolo è uno degli artisti che espone a Ponticelli. La sua maschera richiama le problematiche mediorientali e ci indica subito un dato: ci troviamo di fronte ad un artista inquietante, netto nei giudizi, lucido nelle idee e privo di toni inutilmente polemici: dall’alto del suo lungo percorso artistico ed umano guarda alla situazione artistica nacon disincanto, fiero del suo lavoro e della sua libertà. Non nuovo ad iniziative di associazionismo, fu tra i fondatori della “Galleria Inesistente”, dell’A/Social Group (con Gerardo Di Fiore, Aulo Pedicini, Carmine Rezzuti) con cui nel 1976 espose alla Biennale di Venezia, e dell’Associazione “l’orologio ad acqua”.
Cosa significa per lei esporre alla Casa del popolo?
«La Casa del popolo è un punto di riferimento per noi artisti della zona. Sono iniziative lodevoli, ma si tratta di un lumicino acceso per la cultura, piccole mostre, realizzate in economia. Non danno grandi sviluppi agli artisti, non si va oltre. Ma va bene anche così. lo non mi lamento di non partecipare a grandi mostre, di non aver fatto una personale nei luoghi che “contano”. Non vado alla ricerca di contatti politici, conservo la mia dignità. Ieri si celebrava il giorno della memoria. lo ho nel mio studio una grossa tela dedicata a quest’evento. L’ho realizzata lo scorso anno: è lì, resta lì ma ... tant’è. La mia è una pittura inquietante, violenta che ti prende per il bavero e ti fa pensare: questo forse dà fastidio».
Come organizza la sua attività?
«lo sono in dialisi da dodici anni e durante questo periodo ho dipinto i quadri più belli della mia vita. La malattia mi dà la forza di sperimentare, di vivere gli eventi intensamente. C’è ancora uno spazio per lavorare, una disponibilità al confronto. Non temo niente, al successo non ho mai pensato ieri e non ci penso oggi. Non ho soggezione verso nessuno e sono determinato nelle mie scelte: proprio ieri sono venute delle persone che volevano acquistare dei quadri di piccole dimensioni che io realizzavo in passato. Ora sto dipingendo grosse tele. Mi rifiuto di rifare le cose del passato, è una mia scelta, sono libero da condiziona menti economici. A volte c’è qualche momento di scorama ci sono gli amici che mi inducono a superarli».

(da: Ruotolo: “Il riscatto parte dalle radici’; intervista apparsa su “Napolipiù”, 30 gennaio 2005)

MARIO PERSICO

Per me è difficile tracciare un ritratto fedele dell’amico Errico Ruotolo. Non c’è niente che si lasci vedere del tutto: vi è sempre una zona oscura a contraddistinguere le cose e le persone. Ciò che sembra pervenire è frutto della membrana psichica che stendiamo su quanto decidiamo di penetrare. Ma la penetrazione non raggiunge mai il fondo, non saremo mai sicuri di ciò che affermiamo. Premesso ogni limite, passo con cautela a mettere insieme un po’ di parole per uno sfocato ritratto di questo artista da me grandemente stimato, anche se il rapporto tra noi non è stato mai assiduo. Il candore interiore, il rifiuto di qualunque cultura rumorosa e cialtronesca, l’impegno politico sfociato, ahimè, prevalentemente in delusione e quel continuo confronto critico con la realtà in cui prende forma il suo lavoro, sono aspetti della sua personalità che mi hanno sempre interessato e, direi, emozionato. L’eloquenza e l’intensità delle sue opere nascono, in gran parte, da quella ininterrotta conflittualità con l’esistente e dal desiderio, sempre frustrato, di modificare qualcosa. La risultante di questa profonda tensione non può essere, purtroppo, che amara, poiché non ha mai generato un cambiamento della situazione data. D’altronde, oggi, qualunque denuncia viene immediatamente trasferita nell’incolumità o nell’insipienza del fare estetico, o viena assunta unicamente come ingrediente artistico dalla cultura istituzionale, dominata, come si sa, da una logica mercantile che aspira al controllo planetario di qualunque fenomeno. Il suo rapporto con la tradizione non si è mai spento del tutto, anzi, spesso Errico si recava, nei mesi invernali, i meno frequentati, a contemplare paesaggi costieri, per fissare sulla carta le forti emozioni che quel luoghi gli procuravano. D’altra parte, credo che tradizione e ricerca siano due aspetti fondamendi ciò che chiamiamo arte. Si tratta di un rapporto senza soluzioni di continuità, perché la ricerca è parte del metabolismo della tradizione. Un altro aspetto che mi ha sempre entusiasmato riguarda il suo modo “indifferente” di porsi di fronte al successo. È un po’ come se non gl’interessasse affermarsi oppure fallire. Dipingeva e dipinge certamente per quel valore di libertà insito nel gesto stesso del fare arte. Rarissima e del tutto accidentale qualche sua recriminazione. Errico non ha mai rincorso qualcosa o qualcuno. Ha sempre evitato di denigrare amici o nemici. Cioran direbbe: “Ignora la funzione igienica della malevolenza”. Un po’ chiuso in se stesso, forse perché teso contiad analizzarsi, ha sempre tradotto le sue emozioni con un rigore strutturale notevole e con un’attenzione rara al dinamismo delle immagini, ma senza mai smettere di denunciare questo mondo fondato su di un capitalipredatorio e guerrafondaio. Vi è certamente dell’altro, dal momento che molte sue opere, al di là di quello che sembrano dirci, esprimono una forza coinvolgente, che investe pienamente lo spettatore, sia per l’uso del colore che per la decisionalità del segno. Non è casuale il fatto secondo cui la tensione sperimentale, presente nel suo lavoro, è strutturata attraverso coordinate di riferimento con l’ambiente storico-culturale, che intrecciano tradizione e speMi pare, fra l’altro, che nell’intera sua produzione - sebbene variabile formalmente, come è possibile verificare considerando i risultati degli anni Settanta, Ottanta, Novanta e d’inizio secolo - Errico Ruotolo non rinunci mai all’intenzione di dialogare, talvolta con ira e violenza, con il mondo circostante, senza mai smarrire la funzione significante, conflittuale e critica, che lo rapporta dialettica mente alla realtà dell’intero e multiforme universo artistico. Cos’altro posso dire su questo straordinario pittore In fondo lui non si lascia raggiungere e svelare ed io, del resto,
non sono un indovino, non ho facoltà para normali. L’ipotesi che mi vien di fare è che la sua più intima e segreta natura, sebbene impregnata di ombre, è costantemente e drammaticamente protesa verso la luce.

(da: Gli inediti di Errico Ruotolo, catalogo della mostra, Napoli, 2005)


NICOLA SPINOSA

[ ... ] Suppongo che, in questa sede e per questa occasione, mi si chieda di parlare dì Errico Ruotolo artista, del suo lungo, sofferto, ma sempre attento, lucido e delicato lavoro di manipolatore, elaboratore e inventore d’immagini: un lavoro non diverso da quello, ormai da tempo quasi del tutto scomparso, dell’artigiano d’antica e raffinata sapienza tecnica, che si combina, nel suo caso, con quello dell’artista del nostro tempo, sempre con gli occhi, con la mente e con il cuore rivolti a percepire aspetti, momenti e situazioni di una realtà, sia umana che oggettuale, sempre mutevoe più spesso soffocante o, a dir poco, sgradevole e sconfortante. Immagini che raccontano percorsi e frammenti dì una esistenza, quella di Errico Ruotolo, costantemente trascorsa, senza urla, senza scatti o scarti d’umore, senza imo inversioni di sorta, in una ricerca lunga, faticosa e tuttavia intima e silenziosa, essenzialmente rivolta, nel suo guardarsi intorno e nel suo ascoltarsi dentro, a cogliere di persone e luoghi, di eventi e stati d’animo, gli aspetti meno effimeri o appariscenti, ma più veri e significanti, da tradurre, per via di segni, forme, colori, in apparenze dì urgente e spesso drammatica attualità e di coinvolgente comunicatività. Immagini realizzate utilizzando, di volta in volta, linguaggi, materiali e tecniche diversi, ma sempre mirando, con passione, rigore e inflessibile coerenza, al cuore delle cose, degli uomini, degli eventi, percepiti, visti e vissuti di volta in volta da attore, da comparsa o da spettatore, con intima e sofferta emotività, reagendo, quasi sottovoce, senza enfasi o teatralità di atteggiamenti e reazioni (tanto comuni, invece, ad altri artisti napoletani suoi contemporanei), soprattutto rifiutando costantemente di apparire o di ritenersi protagonista insostituibile e inimitabile di una scena, peraltro in ombra, o di una vicenda per lo più senza storia e senza eroi. Ma in questa sede e per questa occasione, dell’attività più intensa, costante e instancabile di Errico Ruotolo artista - che coraggio, quanta caparbietà e quale tenacia ci sono volute, per chi, come lUI, da sempre ha operato, quasi con testardaggine, in dignitosa solitudine e con incorruttibile coerenza, in una realtà che, come quella per l’arte contemporanea, a Napoli è stata sempre controllata e condizionata dalle scelte di piccole e grandi oligarchie, sia pubbliche che private! - a me non importa parlare, lasciando ad altri, più saggi ed esperti di quanto io lo sia o voglia esserlo, questo impegno, forse meno agevole, certo più consueto. [n.]

(da: Gl inediti di Errico Ruotolo, catalogo della mostra, Napoli, 2005)


GABRIELE FRASCA

[n.] C’è prima il prepittorico, o presegnico, dunque, dal cui orrore autotossico solo lo stagliarsi di un’idea-figura può rimettere in questione il bianco, l’immaginazione da immaginare morta; ma il prepittorico, o presegnico, rimanda a un suo prima, ancora uno, al prima del prima, al mezzo stesso insomma in cui risolvere la dìsgiunzione. Su questo Errico Ruotolo, che fa di ogni tela un tappeto di suoni, è tassativo: c’è prima il pensiero dello strumento, pensare il foglio, ad esempio, invece della tela. Non è un affare da poco: non c’è mezzo che non vada ripensato, è questo che fa differire la ripetizione nell’arte. Ma che cos’è un foglio? Un supporto da incavare: per un maestro dei grumi di vernice e degli sbalzi in attesa di una presa di luce a-frontale, dei materiali malinconici confitti come un guasto o una cancrena, dell’occhio e l’occhialino insomma che cadono come un sasso a guidare la mano sulla superficie da far schizzare di figure, com’è Ruotolo sulla tela, ogni incavo, per quanto sottile, per quanto a punta di penna, è sul foglio un rimbalzo che piega il piano in un cilindro appositamente segnato, un tratto dopo l’altro, per ruota re in attesa del tocco delle sue lamelle metalliche. Non è in questione solo la circolarità, talvolta elicoidale, che assumono anche quando apparentemente squadrate le configurazioni dei disegni di Ruotolo, a guardia quasi del loro centro cieco come un obiettivo. Si tratta sempre, in verità, di una doppia rotazione: sul piano, senz’altro, dove accerchiare il rettangolo di carta per dare un’orbita alla testa di chi guarda, e sull’asse prospettico, come se ci fosse una fuga per tutti i punti di fuga, che piega le ali del foglio e le consolida in una macchina cilindrica, asilo di corpi, appunto, in cerca del loro spopolatore. Quando giunge, la firma attesta l’esito, e dà al contempo un’indicazione di esecuRuotolo, neanche a dirlo. Ogni foglio insomma rifugge il piano piegandosi, e si consolida a contenere il suo spopolatoio: i segni balzano in avanti, i corpi segnati recedono come risucchiati. La mattanza, se si vuole, awiene al momento, in diretta. Ne dovrebbe residuare qualcosa, a ogni giro compiuto, qualcosa buttata via. È la tecnica del disegno, con cui l’onore di partecipare da privilegiati alla mensa delle immagini sottratte alla vista disocculta piuttosto il suo disonore. [n.]

(da: Errico Ruotolo - disegni del disonore, catalogo della mostra, Efferre Edizioni, Napoli, 2007)


PAOLA SILVESTRO

Come in un loop continuo la maschera della guerra non si lacera ma continua ininterrottamente. Siamo sordi agli insegnamenti della storia. La parola “guerra” diventa sempre più un vocabolo in cui racchiudere ed accettare azioni ingiustificabili e disumane, la violenza e la brutalità gratuita, ne è una triste conferma l’attuale situazione internaNell’esigenza di raccontare attraverso l’arte il quotidiano collettivo nascono i disegni che Errico Ruotolo - pittore napoletano classe ‘39 - presenterà giovedì 29 (alle 18.30) alla galleria Franco Riccardo Artivisive nel corso della mostra che non a caso si intitola Errico Ruotolo - Disegni del disonore. Sessanta disegni inediti dove, attraverso tecniche miste, verranno impressi su carta se-gni e colori per raffigurare lo sguardo caleidoscopico dell’artista sul fenomeno della guerra. Come fossero scene da far montare nella mente del visitatore, le opere del maestro Ruotolo sono suddivise in quattro diverse sezioni: Memoria in cui sono riuniti i lavori ispirati alla grande tragedia della Shoah che sembrano quasi fare da monito a ciò che è raffigurato nella sezione successiva Afghanistan, Irak - un anno dopo ... , Le Piazze che, a testimonianza dei tempi, rappresenta la parte più consistente dell’intera mostra. Nelle altre due sezioni, denominate Politica e Veleni e Bugie, l’artista sofferma il suo sguardo sugli interessi che sottendono gli scontri tra popoli, sugli strumenti della propaganda governativa e sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa. Una esposizione dei nostri giorni per invitarci a riflettere sul carattere non quotidiano della guerra.

(da: Lo sguardo e il tratto di Errico Ruotolo: ecco i sessanta disegni del disonore, in “Il Napoli”, 27 marzo 2007)


MARIO FRANCO

[ ... ] Pasolini scriveva: «Ho paura della libertà che mi verrebbe dal tacere». Ruotolo gli dà ragione, scegliendo di non rinunciare alla forza di denuncia dell’arte. Sul suo impegno per la pace lascia parlare le immagini dipinte. Una prima parte dei lavori rientrano in un ciclo a carattere storico e psicologico, con forti echi della Shoah; un’altra sezione, forse la più consistente, descrive i teatri delle guerre in corso in Afghanistan e in Iraq, utilizzando il valore virtuale, allusivo della notizia trasmessa in tv. In un suo precedente lavoro, “AI Jazeera”, lo sconfinamento tra creazione e rovina si concretizzava in una serie di transistor e di schede di circuiti digitali incollati su tela: la natura ibrida delle tecnologie di massa diveniva così parte integrante del disastro, era messaggio del disfacimento di una civiltà. Oggi Ruotolo sceglie il disegno, precisando: «Quando lavoro, il pensiero dello strumento viene per primo: pensare il foglio, ad esempio, invece della tela. Non è un affare da poco. È questo che fa differire la ripetizione nell’arte». La soche il disegno elabora e manipola altro non è che un luogo immaginario, un incubo. Può un artista, attraverso l’artificialità dei suoi mezzi, mostrarci un universo totalmente fittizio e, nello stesso tempo, tessere un’elaborazione critica della realtà? [ ... ]

(da: Ruotolo, ragioni della guerra e ruolo dei media, in “la Repubblica”, 28 marzo 2007)


VINCENZO TRIONE

[ ... ] Ruotolo è rimasto fedele alla istintiva tensione civile evidente sin dai suoi esordi, nell’ambito di gruppi radicali come quello raccoltosi, nel 1969, intorno alla Galleria Inesistente. Muove sempre da situazioni di storia contemporail terrorismo, le guerre, gli agguati. I suoi cicli - spesso formati da pochi fogli - sono concepiti come annotazioni scarne, osservazioni minime, appunti di esperienza. Un diario, le cui pagine evocano gli echi della Shoah, i conflitti in Afghanistan e in Iraq, le violenze della comunicazione di massa ... Uno stile documentario? No. L’attualità costituisce la matrice da CUI parte Ruotolo, il quale sa dislocare sequenze di awenimenti pubblici in una dimensione fortemente privata. Dopo essere stato assunto, il presente viene interiorizzato, in un difficile intreccio tra ragioni realistiche e soluzioni astratte. L’origine “vera” è risolta in una chiave poetica. Si succedono volti, architetture, paesaggi, scorci, attimi. Talvolta, negli esiti meno felici, si percepisce una tentazione eccessivamente decorativa, quasi didascalica (negli “omaggi” a Bin Laden, ad esempio). Altre volte, invece, - si tratta dei momenti più efficaci - siamo condotti in territori più incerti e magmatici. Per ritrarre i suoi universi, Ruotolo si fa, per riprendere il bel titolo di un libro di Ferruccio Masini, “scriba del caos”. Esibisce contesti e identità, che, poi, sommerge sotto una prosa sconnessa e sincopata. Abolisce confini e limiti. Sovrappone icone. Accosta suggestioni, in un bazar di immagi“quasi figurative”. Le forme sono centrifugate, polverizzate, decomposte. E, infine, trasgredite, negate. Diventano sofferte, espressionisticamente lacerate. Sono scalfite da tormenti. Ecco i “disegni del disonore”. In essi, la realtà non è più suono, né armonia. Ma musica dissonante, incisa su supporti precari. Solo un rumore, come ricorda Gabriele Frasca nel testo che accompagna il catalogo della mostra. «Un rumore che non può andare via, che non può essere coperto se non da un altro rumore, più stridente del primo».

(da: Ruotolo, voce della “no generation’; in “Il Mattino”, 29 marzo 2007)



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